Parigi, giorno finale

Un addio senza fanfare, quello di Chanel a Lagerfeld. Per Vuitton sprint energetico anni 80

di Angelo Flaccavento


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4' di lettura

L’emozione dilaga in coda alla settimana della moda parigina. L’ultimo giorno si apre, comme d’habitude, con Chanel, al Grand Palais, trasformato ancora una volta in un magico altrove riprodotto con precisione certosina. Questa volta siamo in montagna, in mezzo alla neve e agli chalet, con le modelle che entrano ed escono dallo Chalet Gardenia. Tutto rispetta il copione, ma manca il regista che questo copione lo ha inventato di sana pianta: Karl Lagerfeld, indimenticabile mastermind scomparso giusto due settimane fa.

Chanel, nel silenzio della neve l’ultimo addio a Karl Lagerfeld

Chanel, nel silenzio della neve l’ultimo addio a Karl Lagerfeld

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Ma, come recita un disegno di Lagerfeld su ogni seduta - un autoritratto, insieme a Mademoiselle Chanel - “the beat goes on”. Nessun sentimentalismo plateale, dunque; nessuna fanfara per ricordare il maestro: solo un minuto di silenzio - nel quale non tutti gli astanti in prima fila si sono purtroppo astenuti dallo smanettare sugli smartphone - e un breve scampolo di audio d'archivio, nel quale Lagerfeld stesso ricorda il momento in cui, nel 1983, prese in mano le redini creative della maison, con un entusiasmo osteggiato da quanti ritenevano Chanel una casa morta.

Alla sfilata di Chanel un minuto di silenzio per Lagerfeld

La storia, è evidente, ha dato ragione a KL, e la sfilata è una summa perfetta, leggera quanto consistente, di una visione fatta di mestiere, attenzione al prodotto e colta irriverenza. Questa è l'ultima prova cui Lagerfeld ha lavorato con l'erede designata Virginie Viard ed è una delle migliori a recente memoria. Nonostante i tweed e i bouclé che sono cosí integrali al codice Chanel, tutto appare senza peso, tutto si muove con grazia essenziale intorno al corpo, tutto mantiene eleganza senza apparir nostalgico pur conservando memoria di tempi più eleganti del presente.

I macro disegni e le linee allungate, le sovrapposizioni e i volumi sono tutti elementi di un sistema di segni perfettamente riconoscibile, che ha trasformato la maison moribonda del 1983 in una potenza planetaria che ha un posto di riguardo nell'immaginario collettivo. È questa in fondo la conquista vera e duratura di Legerfeld: con grande sapere, ha creato un vocabolario che parla a tutti. Certo, dirà qualcuno, con quella doppia C sopra è facile toccare un vasto pubblico, di madame facoltose o aspiranti tali, peró non va dimenticato che il potere contemporaneo della doppia C, come della camelia, lo si può attribuire interamente a Lagerfeld.

Il centro dell'attenzione e del business plan, da Miu Miu, sono le borse, che accessoriano praticamente ogni singolo look, portate a braccio, nell'incavo del gomito e con la mano piegata, come si addice alle signorine bene. Esibite, è il caso di dire. L'atteggiamento contrasta naturalmente con gli abiti, che invece rimandano al mondo dell’hiking o a quello prosaico del pellegrinare. Sono infatti le pellegrine, o mantelle - lunghe, protettive e solenni, oppure corte e svelte, ma a prova di intemperie- a rubar la scena, unite o brulicanti patten mimetici che poi tracimano per ogni dove, pervadendo un guardaroba molto Miu Miu di abitini sognanti, shorts birichini e classici borghesi rivisti con un twist irriverente.

Miu Miu, la stagione delle signorine militaresche e floreali

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La signora Prada, sempre incline a caricare la moda di messaggi, parla di un desiderio di protezione, della voglia di immergersi nella natura e difenderla: mantelle, hiking e camouflage a questo rimandano. Il set frammentato e intimo con i video di Sharna Osborne, invece, parla di altro: di una parcellizzazione visiva che riflette la moltiplicazione esibizionista dell'io contemporaneo. La balzana congiunzione, così pradesca, questa volta non riesce. A parte le mantelle, la collezione è un po’ stanca, e comprensibilmente commerciale, quindi l'alto concetto rischia di apparire come il proverbiale smalto, se non sul nulla, sul poco.

Il debutto di Louise Trotter alla direzione creativa di Lacoste è una intelligente esplorazione della sportività come lifestyle, non dello sport come cliché vestimentario da strada. Infatti, in passerella l'atmosfera è composta, dignitosa. Anche quando diventa un maglione oversize fatto di un collage di materiali diversi, la classica polo della casa mantiene un indiscutibile aplomb. In passerella si mescolano capi tecnici e suit, grandi cappotti e gonne a pieghe. A tratti si sconfina nell'esercizio di stile fine a se stesso - le mezze gonne e mezze giacche sono un trucchetto da show un po' logoro - ma tutto sommato è un buon inizio.

Louis Vuitton, in passerella concentrato di energia  anni 80

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La lunga kermesse stagionale si chiude con un vertigine di referenze multiple da Louis Vuitton. Nicolas Ghesquière monta dentro uno dei cortili del Louvre una riproduzione del Centre Pompidou, il museo che pare una fabbrica coloratissima, progettato da Renzo Piano e Richard Rogers, aperto in un turbinare di polemiche nel 1977 e diventato negli anni un cardine del paesaggio urbano parigino: «Ero interessato alla bellezza della controversia, al fatto che l'occhio deve digerire quanto vede. Il Pompidou fu ferocemente odiato e oggi è uno dei simboli di Parigi. Ho pensato al mescolarsi di strati sociali e culturali sulla piazza del museo, al fatto che ci vuole del tempo per capire le idee».

Il risultato è una scossa elettrica che porta di botto indietro ad un momento d'oro per la cultura parigina, contestuale e immediatamente successivo all'apertura del museo: gli anni ottanta de Les Bain Douches e Le Palace, ma anche di Claude Montana, Anne Marie Beretta e Serge Lutens. Le referenze, in passerella, ci sono tutte, ma mescolate con una energia e una vitalità tutte di oggi. Nessun look è uguale all'altro, nessun personaggio è uguale all'altro. Il caos del monfo di oggi domina anche la moda. La comanda e la informa, posseduto a sua volta dalla nostalgia insanabile di tempi più ingenui.

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