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Un affascinante giro in auto con gli Arctic Monkeys

The Car è un disco che musicalmente guarda al passato, la perfetta colonna sonora di un viaggio al tramonto. Il suo carattere nostalgico ed evocativo è incantevole

di Fernando Rennis

2' di lettura

Il settimo album degli Arctic Monkeys conferma che la band britannica è all'apice della sua maturità. The Car è un disco che musicalmente guarda al passato, la perfetta colonna sonora di un viaggio al tramonto. Il suo carattere nostalgico ed evocativo è incantevole.
«Sono io e nessun altro. Qualunque cosa la gente dica che io sia, è quello che non sono», lo dice Arthur Seaton, il protagonista del romanzo Sabato sera, domenica mattina di Alan Sillitoe. Il libro è stato pubblicato nel 1951 e cinquantacinque anni dopo una battuta al suo interno è diventata il titolo dell'album di debutto venduto più velocemente nel Regno Unito. Whatever People Say I Am, That's What I'm Not con il suo furore adolescenziale faceva conoscere a tutto il mondo gli Arctic Monkeys.

Alex Turner

Da quel 2006 Alex Turner e i suoi compagni di band hanno fatto molta strada e si sono rapidamente smarcati da qualsiasi etichettatura, pur mantenendo un orientamento rock. Se Favourite Worst Nightmare del 2007 era ancora legato alle sonorità dell'esordio, già in Humbug, uscito due anni più tardi, il sound degli Arctic Monkeys si lasciava infatuare dai miraggi desertici prodotti da Josh Homme dei Queens of the Stone Age. Dopo questa prima svolta il quartetto, più rotondo e meno spigoloso rispetto agli esordi, lavorava di fino in Suck It and See, che preparava il terreno al capolavoro AM, pubblicato nel 2013. E poi, cinque anni dopo, ecco Tranquility Base Hotel & Casino, un'altra affascinante deviazione.

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Il settimo album in studio

The Car è il settimo album in studio degli Arctic Monkeys ed è legato al suo predecessore. Ci sono archi sontuosi, una scrittura degna dei migliori chansonnier francesi, un cantato da crooner che orbita attorno a un malinconico calore soul. C'è ironia, introspezione e chilometri di pellicola che catturano il quotidiano. Ma, più in profondità, le atmosfere di The Car sono popolate da tutte le incarnazioni sonore passate della band e da uno sguardo retrospettivo, poco indulgente, che serpeggia sotto forma di domanda in un verso di Sculptures Of Anything: «Quel vago senso di nostalgia sta cercando di creare una scena?». A introdurci nel mondo di The Car c'è la cinematografica There'd Better Be A Mirrorball, seguita da I Ain't Quite Where I Think I Am, una pista da ballo cangiante e piena di stile. In Body Paint riecheggia la dimensione epica di David Bowie, mentre la sognante Big Ideas sembra essere scritta da un Burt Bacharach malinconico. Hello You è probabilmente la cristallizzazione del talento compositivo di Turner, un gioiello senza tempo seguito dall'introversa Mr Schwartz, che anticipa la conclusiva Perfect Sense.

The Car non è un album pop, nel senso che non ci sono ritornelli facilmente memorizzabili o canzoni strutturare in maniera accattivante. Si tratta, invece, di un disco prezioso perché, in un periodo storico fondato sulla distrazione, reclama attenzione. Va ascoltato, infatti, nella sua interezza, in quel susseguirsi di brani che si aprono come un ventaglio policromo. Per goderne a pieno, però, bisogna essere consapevoli di deludere le aspettative di Alex Turner, che inaugura The Car cantando: «Non farti prendere dalle emozioni».


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