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Un aiuto anti-crisi dall’anticipo dei tempi

In attesa dell’intervento della delega fiscale si potrebbe valutare di introdurre misure come l’ammortamento anticipato per abbatere l’imponibile delle imprese

di Stefano Schiavello e Francesca Falsini

(RomanR - stock.adobe.com)

3' di lettura

La normativa in materia di ammortamenti di beni materiali e immateriali che concorrono a formare il reddito d’impresa presenta molte tematiche di rilievo, specialmente in relazione all’utilizzo di coefficienti fiscali che, come osservato più volte negli ultimi anni, non rispecchiano più con fedeltà la vita utile e il deperimento di alcuni beni.

Uno sguardo a ciò che prevedono le legislazioni di alcuni paesi Europei ed Extra-europei appare interessante. Dal confronto emerge uno scenario molto variegato in cui accanto a Paesi (Stati Uniti) che consentono ammortamenti fiscali anticipati o l’immediata deduzione integrale del costo, ve ne sono altri (Polonia, Francia) che hanno messo a punto metodi di ammortamento fiscale ad hoc per alcune categorie di beni. Altri Paesi (Regno Unito) prevedono invece regimi complessi di capital allowance. In linea generale, si può notare che alcune legislazioni estere, tenendo conto della più rapida obsolescenza a cui sono soggetti alcuni beni, hanno cominciato a prevedere misure ad hoc per l’utilizzo di coefficienti fiscali di ammortamento maggiorati.

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Lo scenario domestico risulta decisamente più rigido anche a causa della marcata dipendenza dalle risultanze del conto economico.

Con riferimento all’ammortamento di beni materiali, occorre ricordare come l’attuale normativa italiana non preveda la possibilità di effettuare deduzioni extracontabili, consentendo di dedurre solo le quote di ammortamento di beni materiali effettivamente imputate a Conto Economico e sempre fino a concorrenza dell’importo massimo deducibile previsto dalle Tabelle ministeriali approvate con decreto ministeriale del 31 dicembre 1988 (con la sola eccezione dei beni aventi un costo unitario inferiore ai 516,46 euro). Restano salve le deroghe previste dalla disciplina relativa ai super e iper-ammortamenti poi sostituite dal credito d’imposta (Legge 27 dicembre 2019, n. 160).

La revisione generale del sistema di deducibilità degli ammortamenti, più volte invocata nel corso di questi anni, non ha trovato ad oggi attuazione: l’inadeguatezza di molti coefficienti ministeriali (che risalgono ad oltre 30 anni fa) a rappresentare l’effettivo consumo e deperimento dei beni - nei vari settori merceologici di utilizzo - fa sì che le quote di ammortamento civilistico, basate sulla «residua possibilità di utilizzazione», risultino spesso più elevate di quelle deducibili ai fini tributari.

A ciò si aggiunge il fatto che alcune categorie di beni attualmente incluse nel Dm del 1988 facciano riferimento ad asset che non sono più in uso, mentre l’enorme sviluppo tecnologico degli ultimi trent’anni ha prodotto tipologie di beni non contemplate all’interno del Dm stesso.

All’inadeguatezza, sia sul piano qualitativo che quantitativo, delle attuali regole per i beni materiali si aggiunge un sempre maggior peso della componente immateriale nei bilanci delle società di ogni dimensione: non a caso, molte legislazioni di altri Paesi stanno via via tenendo conto di questa evoluzione, introducendo apposite misure per la componente immateriale.

Considerato il contesto attuale, sono scelte sulle quali sarebbe quanto meno opportuno cominciare a ragionare anche in Italia, per adeguare ai tempi le metodologie di ammortamento aventi rilievo ai fini fiscali.

In attesa di capire quale destino avrà l’attuazione della parte dell’articolo 3 della delega fiscale ( nuovo coordinamento tra le regole previste per l’ammortamento civilistico e quello fiscale), sarebbe da valutare – con la finalità di concedere un’agevolazione alle imprese in termini di riduzione del reddito fiscalmente imponibile – l’adozione o reintroduzione di misure come l’ammortamento anticipato, che potrebbe essere di ausilio nell’attuale contesto economico negativo, rappresentando una sorta di «finanziamento pubblico diretto». Una scelta che avvicinerebbe le regole dell’Italia alle misure già previste da altri Paesi.

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