IL DIBATTITO E LE IDEE

Un’alleanza fondata su rigore e investimenti

di Antonio Padoa-Schioppa

(ANSA)

3' di lettura

Condivido la tesi (tra l’altro già presente nel Manifesto di Ventotene) dello spartiacque attuale delle forze politiche tra chi vuole l’apertura all’Europa e chi invoca la chiusura nazionale; uno spartiacque che sta sostituendo quello tradizionale tra destra e sinistra e che passa all’interno di ogni partito, esclusi i movimenti anti-sistema.

Poiché questi ultimi costringeranno a un’alleanza tra i primi (socialisti e popolari, più i liberali, per designarli con le sigle del Parlamento europeo, che trovano il loro corrispettivo al livello nazionale) quale può essere l’accordo bipartisan di fondo?

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La via da imboccare sembra chiara.

Sì al rigore dei bilanci nazionali che implica riduzione della spesa pubblica improduttiva, recupero dell’evasione a livello nazionale, semplificazione burocratica, giustizia rapida, con progressiva riduzione del debito pubblico e tendenziale pareggio del bilancio; ma anche, ove necessario, temporanei rialzi di imposte dirette e indirette, da revocare via via che gli interventi precedenti incidono. L’indebitamento eccessivo compromette l’equilibrio tra le generazioni. Renzi dovrebbe prenderne nota; Macron è precisamente su questa linea: ha compreso che solo i governi attenti al rigore dei propri conti possono influire sulle scelte europee della Germania, che privilegia la cultura della stabilità. È la scelta che tra l’altro aprirebbe la strada anche a una parziale condivisione dei futuri debiti pubblici, debitamente monitorati.

Queste scelte avrebbero l’appoggio dei popolari e della Germania.

Sì a una robusta politica di investimenti su beni pubblici europei - energie alternative per la difesa del clima, tutela capillare del territorio, valorizzazione esaustiva del patrimonio culturale, grandi investimenti in Africa per elettricità e acqua, e altro ancora; il che implica risorse proprie dell’Unione - quote di imposte nazionali; carbon tax; tassa sulle transazioni finanziarie; euro bond - che almeno raddoppino il bilancio europeo quanto meno entro l’eurozona (dall’1% attuale al 2-2,5% del Pil europeo); il piano Juncker, pur meritevole, non può bastare perché presuppone essenzialmente investimenti privati, che giustamente chiedono un ritorno a breve o medio termine, il che esclude gran parte degli investimenti su beni pubblici comuni. Questa è una via efficace per la ripresa ulteriore della crescita e per combattere l’intollerabile livello della disoccupazione soprattutto giovanile.

Queste scelte avrebbero l’appoggio dei socialisti e dei liberali.

S ì all’avvio di una politica comune sulla sicurezza e sulla difesa europea, con trasferimenti dai bilanci nazionali e senza aggravi, anzi con risparmio di spesa e dunque di carico fiscale, date le economie di scala, come è stato ampiamente dimostrato.

Queste scelte sarebbero appoggiate da entrambi gli schieramenti, perché rispondono a un diffuso e profondo bisogno di sicurezza.

Gli effetti positivi si produrrebbero in pochi anni: come è accaduto con il mercato comune. E il consenso verso l’Unione europea riprenderebbe finalmente e salire presso l’opinione pubblica.

È su queste basi che si può realizzare la “grande alleanza” che ormai si impone sia al livello nazionale che al livello europeo. Ciò vale per l’Italia, dove il più che probabile esito della mancata riforma elettorale è quello di un ritorno al proporzionalismo; vale per la Germania dove è probabile un rinnovo della grande coalizione; vale per la Francia, dove le prossime elezioni legislative costringeranno Macron (probabile nuovo presidente) a scelte legislative concordate tra destra e sinistra; e vale naturalmente per l’Europa del presente e del futuro Parlamento europeo.

Quanto all’Unione europea, questa politica può benissimo iniziare da subito, a trattati vigenti, sulla base delle regole di Lisbona sulle cooperazioni rafforzate e strutturate.

In prospettiva, occorrerà una riforma dei trattati su pochissimi punti, ma essenziali: abolizione senza eccezioni del veto; potere costante di co-decisione legislativa e di fiscalità a livello europeo del Parlamento europeo; maggiori poteri di governo alla Commissione. È invece da evitare l’istituzione di una Terza Camera (come vorrebbe Piketty).

L’elezione del 2019 del Parlamento europeo potrà costituire l’occasione per esplicitare anche a livello elettorale questi orientamenti, forse con il ricorso alle primarie per la designazione dei candidati alla Presidenza della Commissione. Il futuro presidente potrebbe presiedere anche il Consiglio europeo.

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