La ricerca

Un’alleanza tra imprese e lavoratori per poter prevenire gli incidenti

di Claudia Mazzucato

(Adobe Stock)

3' di lettura

Nel messaggio in occasione della Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha usato parole nette e incontrovertibili: quella delle morti e degli infortuni sul lavoro è «una ferita sociale che non trova soluzione» ed è «lacerante ogni volta»; simili «tragedie (…) devono trovare una fine, rafforzando la cultura della legalità e della prevenzione» per la quale è necessaria «un’azione comune».

Non potremmo essere più d’accordo.

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L’Alta Scuola “Federico Stella” sulla Giustizia Penale ha coordinato, in partnership con l’Università di Lovanio e il Max Planck Institute di Friburgo, un progetto finanziato dalla Commissione europea intitolato «Vittime e imprese» (Victims and Corporations), concluso nel 2018.

Il progetto si è dedicato allo studio dell’applicazione della Direttiva europea 29/2012 su diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato ai casi di illeciti occorsi nell’esercizio legittimo dell’attività d’impresa. Ambiti elettivi dell’analisi sono stati quelli in cui a essere colpiti sono vita, salute, incolumità individuale e pubblica: infortuni sul lavoro, esposizione a sostanze nocive, criminalità ambientale, violazioni delle norme sulla sicurezza alimentare e dei prodotti. Temi di crescente attualità: basti pensare, per esempio, al dramma infinito dell’amianto, al crollo del Ponte Morandi, al disastro della funivia del Mottarone. Si pensi anche ai dilemmi sull’uso del glifosato e, da ultimo, alla possibile dipendenza patologica da social media (qualche giorno fa sul «Guardian» Jonathan Freedland si domandava se Facebook sia l’industria del tabacco del XXI secolo).

La ricerca ci ha messo in ascolto di diversi stakeholder: vittime, familiari, associazioni di vittime, mondo delle imprese, magistrati, avvocati, medici, rappresentanti sindacali e altri soggetti. I dati raccolti sono stati incrociati con le disposizioni della Direttiva Vittime, trasferendo le “lezioni apprese” in una serie di linee guida e raccomandazioni rivolte agli attori pertinenti.

Due, in estrema sintesi, i principali nodi emersi.

Primo: il riconoscimento della vittimizzazione. Le vittime di questi reati (che possiamo definire “violenti” per la loro carica lesiva, pur riconoscendone la prevalente natura colposa) sono largamente trascurate, fino a essere invisibili. A livello internazionale, europeo e nazionale, ci si concentra sulle vittime che, con una provocazione, il criminologo Nils Christie chiamava “ideali”: bambini, donne, anziani, persone rispettabili vittime di altrettanti “delinquenti ideali”, uomini non rispettabili, aggressivi, dediti alla criminalità comune di strada. Limitandoci al crudo dato numerico, i morti, feriti e invalidi prodotti da attività pericolose lecite condotte in modo negligente o imprudente superano i pur terribili femminicidi. Ma se un ordine di protezione familiare o un divieto di avvicinamento possono forse proteggere le vittime in quei casi, i problemi sono, se possibile, ancor più complessi davanti ad attività produttive con conseguenze penalmente rilevanti su individui o coorti di lavoratori, consumatori, cittadini di ogni età, provenienza, ecc.

Secondo: i bisogni delle vittime in generale, e di queste vittime in particolare, riguardano poco la giustizia penale punitiva classicamente intesa. Essa induce a un (legittimo) difensivismo, inconciliabile con la necessità di trasparenza e condivisione di informazioni che, sole, possono condurre all’effettiva prevenzione di eventi avversi. I bisogni delle vittime in generale, e delle vittime dei reati d’impresa e degli illeciti organizzativi in particolare, riguardano, invece, interventi di giustizia sociale. Assistenza e sostegno (medico, psicosociale, previdenziale, ecc.) sono prescritti dalla Direttiva Vittime eppure rimangono marginali ancora oggi, e marginalizzati proprio dalla continua invocazione di sanzioni più severe e dall’idea persistente che la risposta al reato non possa che essere afflittiva.

Si minaccia, si punisce, ma non si cambia.

Vedere assicurata la non ripetizione dell’evento lesivo è una necessità di tutti ed è una delle principali preoccupazioni di chi è già stato colpito. Evitare il reato è un obiettivo che non può non interessare anche all’impresa. E per giunta è un obiettivo che può realizzarsi solo con la collaborazione di quest’ultima.

Vittime e imprese si ritrovano forse riconciliate in un intento comune: da un lato, costruire una prevenzione collaborativa mediante il sostegno ex ante a scelte volontarie di conformità alle regole; dall’altro porre in essere risposte capaci di incentivare la non ripetizione dell’illecito, grazie alla correzione degli errori, anche e proprio con il contributo euristico di chi ne ha subito, suo malgrado, le conseguenze.

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