CENTROSINISTRA

Un’alleanza ipotetica di 14 sigle: così torna l’incubo Unione

di Riccardo Ferrazza


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(ANSA )

3' di lettura

Utopia o incubo? È ancora presto per dire quali risultati porterà la ritrovata voglia di unità di Matteo Renzi. Certo è che se l’obiettivo di una coalizione «la più vasta possibile» dovesse andare in porto ci sarebbe quasi da preoccuparsi: l’elenco di movimenti e partiti che Piero Fassino e Lorenzo Guerini sono stati incaricati dal segretario democratico di sondare in vista di un “cartello elettorale” è, infatti, davvero ragguardevole. Messi in fila superano ampiamente quota dieci. Numero che ricorda pericolosamente quello degli alleati che nel 2006 si misero insieme per dare vita all’Unione.

Esperienza travagliata ad alto tasso di litigiosità durata un paio di anni che coincisero con l’ultimo governo di Romano Prodi. Una stagione il cui simbolo rimane il vasto e controverso programma con cui quel centrosinistra si presentò alle elezioni politiche. «Certo - ha riconosciuto qualche tempo fa lo stesso Professore - 262 pagine erano tante. Ma continuo a pensare che fosse meglio quel programma che un tweet». Un’altra immagine è quella del “conclave” della Reggia di Caserta dove governo e maggioranza si riunirono per l’agenda delle priorità per l’anno 2007: 34 partecipanti, di cui 25 ministri e sette leader di partito.

Vale la pena ricordare chi fossero i componenti di quella squadra perché nel gioco degli specchi con un passato che ritorna quasi identico si ritrovano molti protagonisti di queste ore. Magari un po’ invecchiati ma comunque gli stessi. Piero Fassino, per esempio, era il segretario dei Ds (sarebbe rimasto l’ultimo perché di lì a poco il partito confluirà nel Pd): proprio in virtù di questo suo incarico è stato individuato da Renzi come l’inviato ideale per trattare con i fuoriusciti della sinistra. Un’area in cui ritroviamo ora Mdp di Pier Luigi Bersani, Sinistra italiana di Nichi Vendola e Nicola Fratoianni, Possibile di Pippo Civati (che nell’incontro del 2 dicembre potrebbero federarsi in una lista unitaria e sciegliere Piero Grasso come candidato premier) oltre a Campo progressista che fa riferimento a Giuliano Pisapia e che sarebbe il vero obiettivo d Renzi che considera improbabile un accordo con i furoiusciti del Pd. Un mondo che nell’esecutivo Prodi era rappresentato dal duo - anch’esso figlio di scissioni - formato da Rifondazione comunista (guidata da Franco Giordano) e Pdci (leader Oliviero Diliberto).

Nella foto di gruppo della “classe” del Professore bolognese c’era anche la famiglia socialista. Anzi due, in virtù di una diaspora non ancora ricomposta. Da una parte lo Sdi (Socialisti democratici italiani) guidato da Enrico Boselli - che si unirono per un periodo nella Rosa nel pugno con i Radicali -, dall’altra i Socialisti uniti (con la lettera maiuscola) di Bobo Craxi (anche lui in trattativa con Mdp e, quindi, virtualmente coinquilino dell’arcinemico Di Pietro); anche nel cartello auspicato da Renzi dovrebbe entrare una forza socialista, il Psi di Riccardo Nencini. Pure al tempo dell’Unione c’erano i Verdi: il leader era Alfonso Pecoraro Scanio; oggi gli eredi della battaglia ambientalista sono capitanati da Angelo Bonelli e stanno trattando con Fassino. Nel governo Prodi il ministero delle Infrastrutture era affidato ad Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori. Oggi l’ex pm di Mani pulite è impegnato sotto le insegne di Mdp e la sua ex creatura è guidata a Ignazio Messina che, dopo un decennio, potrebbe riportarla nella coalizione di centrosinistra.

In quel conclave nella reggia vanvitelliana c’era anche Marco Pannella, lo storico leader dei Radicali morto a maggio del 2016. Al governo il ruolo di ministero del Commercio estero era andato a Emma Bonino. Che ora, insieme a all’ex radicale Benedetto Della Vedova sta trattando il proprio ingresso nel nuovo cartello elettorale sotto le insegne di “+Europa”. Della partita faranno parte anche i Radicali di Riccardo Magi.

Totale parziale: sei sigle per la vecchia Unione, dieci per la sua eventuale riedizione. C’è però da affrontare ancora l’area centrista. Nel 2006 popolata dall’Udeur di Clemente Mastella, Italia di mezzo di Marco Follini, i piccoli Democratici cristiani uniti e naturalmente la Margherita, azionista di maggioranza e già promessa in matrimonio ai Ds sotto le insegne dell’Ulivo. Oggi i rappresentati del centro tendente sinistra sono invece solo due: Alternativa popolare (ma la formazione di Angelino Alfano potrebbe decidere di correre da sola e nella colazione finirebbero solo alcuni dissidenti tra cui, sembra, la ministra Beatrice Lorenzin) e Democrazia solidale di Andrea Olivero e Dellai. Arriviamo così al 10 contro 12.

Ci sono poi da considerare i “sommersi”. Per esempio del Movimento repubblicani europei di Luciano Sbarbati non si trovano corrispondenze, né del Psdi che pure compariva tra i piccoli azionisti prodiani. La partita si chiude così in pareggio, senza voler conteggiare Partito pensionati e Svp che, oggi come in passato, fanno parte dello schieramento. Anzi , dell’armata.

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