Cooperative e lavoratori svantaggiati

Un’alternativa semplice ed efficace al reddito pubblico

di Giuseppe G. Calabrese e Emmanuele Massagli

3' di lettura

Da quando è stato approvato, il reddito di cittadinanza è stato materia di confronto, anche aspro, tra le diverse forze politiche. Gli ultimi dati pubblicati dall’Inps e dall’Anpal sui beneficiari e le brevi righe di risposta inviate dal premier Mario Draghi a uno studente universitario che gli aveva fatto pervenire la sua tesi dedicata proprio a questa misura hanno riattivato il dibattito mediatico e tecnico. Solo il 34% di coloro tenuti alla sottoscrizione del Patto per il lavoro sono stati effettivamente presi in carico dai Centri per l’Impiego e meno della metà è stata avviata a una qualche occupazione, anche a termine. Recentemente sono stati pubblicati sulla rivista «Impresa Sociale» i primi risultati di un progetto di ricerca dell’Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile del Consiglio nazionale delle ricerche che mette a confronto la performance tra le cooperative sociali di Tipo B e le imprese profit. Innanzitutto, viene confermata la maggior capacità di resistenza delle cooperative sociali nei periodi di crisi come quello attuale, dimostrata da un tasso inferiore di unità cessate e dalla minore perdita di fatturato e occupazione. Invece, se si analizzasse il biennio precedente alla pandemia, caratterizzato da una fase di crescita, si osserverebbe come le cooperative sociali di Tipo B abbiano registrato tassi di sviluppo simili e addirittura superiori in termini occupazionali rispetto alle imprese profit.

Quale nesso tra le due notizie? Per la loro capacità di affiancarsi all’intervento pubblico in tutti i Paesi industrializzati caratterizzati da una continua riduzione della spesa per il welfare, il sistema cooperativo e in particolare le cooperative sociali sono sempre più considerate uno strumento fondamentale nel passaggio dal welfare state al welfare society. In particolare, alle cooperative sociali di Tipo B è stato da sempre riconosciuto un ruolo significativo nell’ambito delle politiche attive del lavoro: la concessione di agevolazioni tributarie e contributive è infatti giustificata dall’obbligo di assunzione per almeno il 30% del numero dei dipendenti di lavoratori definiti svantaggiati. Ai sensi della legge 381 del 1991 si tratta, tra gli altri, di invalidi fisici, psichici e sensoriali, tossicodipendenti, alcolisti, minori in età lavorativa che vivono situazioni di difficoltà familiare.

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Come molti studi economici e sociologici hanno dimostrato, questo semplice strumento di politica attiva del lavoro genera benefici significativamente superiori ai costi. È allora ragionevole verificare se la cooperazione sociale non possa recitare un ruolo decisamente più attivo nelle politiche del lavoro nazionali o se non possa quantomeno essere presa a esempio di riuscita inclusione, in un contesto, come il nostro, che eccelle nella assistenza ai disoccupati, ma è pessimo nella loro riattivazione.

È, infatti, indubbia la “creatività inclusiva” che le cooperative sociali di Tipo B hanno dimostrato nel tempo, confermata dall’altissimo tasso di soddisfazione che i lavoratori svantaggiati hanno testimoniato, nonché dall’usuale trasferimento di questi lavoratori, una volta formati, alle imprese profit. La vocazione sociale delle cooperative di Tipo B è talmente connaturata alla loro azione che è frequente osservare anche azioni di politica attiva rivolte a categorie di soggetti svantaggiati, non beneficiati da agevolazioni fiscali e contributive. Tra i lavoratori regolari delle cooperative sociali di Tipo B, alcuni denotano scarsa o inesistente formazione lavorativa e difficoltà a essere assunti direttamente dalle imprese profit. A partire da queste osservazioni si potrebbe prospettare un allargamento del perimetro della categoria dei lavoratori svantaggiati, includendo alcune categorie di lavoratori percettori di reddito di cittadinanza. Tali cittadini potrebbero trovare nelle cooperative sociali di Tipo B dei nuovi e più efficienti accompagnatori nella transizione professionale. Modifiche legislative sono sicuramente necessarie, ma la capacità di tutoraggio formativo per queste categorie di lavoratori attuato dalle cooperative sociali è certa, ancor più quando queste cooperative sono di piccole o medie dimensioni perché, come ha evidenziato la ricerca del Cnr-Ircres, sono più robuste finanziariamente e più efficienti delle micro cooperative. A dimostrazione che è possibile aiutare chiunque a costruirsi una professione e a trovare un lavoro, superando la dipendenza dal reddito pubblico e avendo la possibilità di essere inclusi realmente nella comunità.

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