Opinioni

Un ammortizzatore per i super indebitati

Le prime stime sulla crescita in Italia dei crediti problematici per effetto del Covid-19 sono inquietanti

di Antonella Sciarrone Alibrandi e Ugo Malvagna

3' di lettura

Le prime stime sulla crescita in Italia dei crediti problematici per effetto del Covid-19 sono inquietanti (vedi l’inchiesta pubblicata sul Sole 24 Ore il 10 maggio scorso). Nello scenario di drammatica crisi economica che sta investendo il nostro Paese, con il repentino deterioramento delle condizioni reddituali dei privati e l’aumento del tasso di disoccupazione generale, le nuove disposizioni in materia di sovraindebitamento dei debitori non imprenditori (e perciò esclusi dal fallimento) contenute nel Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (Cci) offrono validi strumenti di contenimento del fenomeno.

Tra gli interventi normativi contenuti nel «decreto liquidità» (d.l. 8 aprile 2020, n. 23) vi è, però, anche lo slittamento al 1° settembre 2021 dell’entrata in vigore del Codice. Tale decisione, giustificata dall’intenzione di sottrarre nell’immediato le imprese dal doversi conformare a norme nuove e più severe (ad esempio la disciplina dei sistemi di allerta della crisi), porta con sé anche il collaterale differimento di circa un anno dell’introduzione della nuova disciplina del sovraindebitamento. E questa, viceversa, non appare affatto una scelta lungimirante. Per questa via, i numerosi soggetti che, nel corso dei prossimi mesi, si troveranno nell’impossibilità di far fronte ai debiti pregressi dovranno utilizzare le procedure di cui alla vigente l. n. 3/2012 (che negli anni ha sortito effetti modesti per una serie di criticità normative che hanno limitato l’utilizzo di tali strumenti) senza potersi giovare delle numerose migliorie che le nuove regole del Codice apportano alle procedure in discorso.

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Per dare ragione di quanto appena affermato, basta menzionare alcune fra le varie modifiche introdotte dal Codice che allargano le maglie degli strumenti per affrontare le crisi da sovraindebitamento e che rendono più certo il quadro giuridico. In questo senso, è particolarmente rilevante l’ingresso nel Cci della nozione di indebitamento familiare, invece che individuale, assai meglio in grado di rispondere a un dato di realtà circa le modalità con cui le crisi da sovraindebitamento nascono, si manifestano e vanno gestite.

Aggiustamenti importanti riguardano, inoltre, la procedura di liquidazione controllata del patrimonio (il «fallimento» del privato), rispetto alla quale il Codice – ma non la legge 3/2012 – stabilisce un effetto esdebitativo automatico, essenziale per consentire ai debitori una ripartenza (fresh start) e una nuova “cittadinanza”, anche se non tutti i debiti pregressi sono stati pagati.

Mutamenti significativi riguardano infine la procedura di ristrutturazione, con la quale il sovraindebitato propone un piano avente per oggetto una dilazione e/o decurtazione dei propri debiti, soggetto all’approvazione del giudice con effetti vincolanti per tutti i creditori (a prescindere dal loro consenso). La normativa del 2012 è molto più restrittiva rispetto a quella del Cci nel riconoscere ai debitori l’accesso allo strumento e, per converso, sostanzialmente non in grado di responsabilizzare i finanziatori, che non vengono in alcun modo penalizzati nell’ipotesi di concessione imprudente del credito. La filosofia del Codice è simmetricamente opposta. Il debitore ha sempre la facoltà di ricorrere alla ristrutturazione, eccetto quando si trova sovraindebitato per effetto di una sua colpa grave, mala fede o frode; il finanziatore imprudente o doloso è punito tramite il divieto di opporsi a un piano di ristrutturazione che gli riconosca anche solo una quota minima del credito.

Alla luce di questi dati, è senz’altro necessario e urgente un intervento correttivo del legislatore che anticipi l’entrata in vigore delle regole del Codice relative al sovraindebitamento. Tuttavia, perché la procedura possa costituire, nell’immediato futuro, uno strumento di gestione efficace delle crisi dei privati, è a nostro avviso necessario un passaggio ulteriore che ha a che fare con il supporto finanziario pubblico allo strumento in discorso.

Nell’ambito di un Tavolo di lavoro su sovraindebitamento e usura costituito negli scorsi mesi dall’Università Cattolica del Sacro Cuore – su invito della Diocesi di Milano, della Caritas Ambrosiana e della Fondazione San Bernardino – al fine di individuare strategie di azione e strumenti di mitigazione, è emerso che un forte limite alla diffusione di tali procedure di composizione della crisi è rappresentato dai costi di gestione delle stesse, che i sovraindebitati non sono in grado di sostenere. È necessario allora prevedere forme di sostegno pubblico innanzitutto per rendere effettiva la possibilità di risolvere le situazioni di crisi. Ma non è tutto: numerosi casi concreti richiederebbero – per poter avere un reale successo – l’intervento di un soggetto esterno che apporti risorse necessarie alla fattibilità del piano. E dunque, tra gli stanziamenti relativi agli «ammortizzatori sociali», dovrebbe trovare spazio anche la previsione di un supporto pubblico al sovraindebitamento. Ciò non solo per ragioni di equità, ma anche di efficienza nell’impiego delle risorse dello Stato rispetto al perseguimento dei fini di inclusione sociale. A questo fine, si potrebbe pensare a un rafforzamento organizzativo e di dotazione del Fondo di prevenzione dell’usura ex art. 15, l.n. 108/96, che sin dall’origine nasce proprio a questo scopo.

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