l’anniversario

Un anno dopo Marchionne, le difficoltà di Fca in cerca di alleanze

A 12 mesi dalla scomparsa del manager, Fiat Chrysler vale 10 miliardi in meno ma è tornata a remunerare i soci, ha il perimetro ridimensionato e il dossier partner incompiuto

articoli di Marigia Mangano e Paolo Bricco


Le dieci lezioni di Sergio Marchionne

4' di lettura

Dieci miliardi di capitalizzazione in meno, ma anche il ritorno al dividendo per i soci, un perimetro ridimensionato con la cessione di Magneti Marelli e un dossier, quello delle alleanze, esplorato, avviato ma ancora incompiuto. È passato un anno esatto dalla scomparsa di Sergio Marchionne, artefice della trasformazione della vecchia Fiat in un gruppo globale con zero debiti e 5 miliardi di profitti adjusted alla fine del 2018, ma appena due mesi dall’unica operazione, la tentata fusione tra Fca e Renault, capace di “marchiare” una nuova era per Fca e stravolgere completamente un bilancio, quello del post Marchionne, che gioca a favore del predecessore.

Sul fronte dei numeri, industriali e borsistici, lasciati in eredità dalla passata gestione, ma anche in termini di strategia con un tavolo negoziale, avviato per la prima volta in modo concreto, che oggi appare sempre più complesso da ricostruire.

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Il dato certo, a dodici mesi di distanza dal vuoto lasciato da Sergio Marchionne, è che Fca vale molto meno. Il primo giugno 2018, giorno della presentazione del piano industriale a Balocco, il gruppo automobilistico era arrivato a valere in Borsa quasi 29 miliardi di euro, oggi viaggia intorno ai 19 miliardi: sono andati in fumo dieci miliardi di euro. Tra i titoli del gruppo costruito da Marchionne tra spin off e ipo, la vecchia Fiat è quella che ha patito di più. Exor e Cnh viaggiano sugli stessi livelli di un anno fa, e meglio ancora ha fatto Ferrari che dai 22 miliardi che quotava in media a giugno e luglio del 2018 è riuscita a portarsi a ridosso dei 28 miliardi di capitalizzazione. La casa automobilistica rappresenta dunque una eccezione nel sistema di società che fa capo alla famiglia Agnelli. Anche confrontando l’andamento di Fca con quello dei principali gruppi mondiali del settore, i numeri giocano a favore dei concorrenti con General Motors (50 miliardi) e Volkswagen (45 miliardi) che viaggiano intorno ai valori di un anno fa.

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In questo ridimensionamento delle quotazioni in Borsa di Fca (-28% dal primo giugno del 2018), l’effetto Marchionne sembra però entrarci poco. Le quotazioni dell’ex Lingotto appaiono piuttosto il risultato di mosse strategiche più recenti che in certo senso hanno tracciato un percorso ora difficile da ripensare.

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Il nuovo vertice di Fca, scelto nell’emergenza in quei drammatici giorni di luglio dello scorso anno - Marchionne è morto mercoledì 25 luglio in una clinica di Zurigo, ma l’organigramma del gruppo era stato già definito con le nomine del 21 luglio – ha scelto fin da subito di azionare due leve: completare operazioni già predisposte dal manager italo canadese come la vendita di Magneti Marelli, fruttata oltre 6 miliardi di euro e, dietro le quinte, aprire formalmente il cantiere delle alleanze. Se l’amministratore delegato Mike Manley, affiancato dal direttore finanziario Richard Palmer, hanno garantito il funzionamento “ordinario” della complessa macchina costruita da Sergio Marchionne, John Elkann ha invece scelto di seguire in prima persona il progetto delle aggregazioni. Partendo dalla trattativa per il matrimonio con Renault.

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In questo quadro il piano di fusione con la casa francese, avviato in gran segreto nei primi mesi dell’anno in corso, reso pubblico lo scorso 27 maggio, e capace di dar vita al terzo gruppo mondiale di auto, rappresenta uno spartiacque. Elkann, costretto dopo appena dieci giorni dall’annuncio a ritirare la proposta di matrimonio a causa delle resistenze del Governo francese, deve ora gestire una fase completamente nuova perché, improvvisamente, si è ritrovato a giocare a carte scoperte nella partita delle alleanze. Ha già svelato il prezzo a cui sarebbe disposto a trattare. E quel prezzo comporta una valorizzazione di Fca di 18 miliardi, esattamente il valore intorno al quale il titolo viaggia in Borsa. Ma soprattutto il presidente e primo azionista del gruppo ha chiaramente fatto capire di essere pronto a ridimensionarsi in modo consistente nel libro soci di Fca, dove oggi conta per il 30%. Non stupisce così che il dialogo con Parigi, raccontano fonti informate, non si sia mai interrotto in modo definitivo e resta la priorità. Certo ora è più complesso, perché inevitabilmente allargato a Nissan. Così come, si racconta, l’operazione allo studio dovrebbe tracciare una strada molto diversa rispetto al primo progetto di fusione con uno schema che potrebbe svilupparsi in più step coinvolgendo il socio giapponese di Renault. «Serve tempo», racconta una fonte che preferisce restare anonima, secondo cui se il dialogo con Parigi dovesse definitivamente interrompersi potrebbe tornare d’attualità il vecchio piano di break up, con la separazione di Jeep dal resto del gruppo. Avviare un negoziato completamente nuovo, in questo momento, sarebbe infatti svantaggioso e poco credibile. Da qui la necessità di tentare fino all’ultimo di ricomporre il puzzle franco nipponico. E solo dopo aver constatato da vicino l’impossibilità di ripartire, sparigliare le carte e immaginare qualcosa di completamente diverso. In tal senso il vecchio studio sulla separazione del marchio Usa dal resto del gruppo potrà tornare utile.

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