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Un anno non facile anche per i titoli


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(Lukas Gojda - Fotolia)

3' di lettura

Il 2016 non è stato un anno facile nemmeno per i titoli delle biotecnologie. L’indice Nasdaq Biotech ha lasciato sul terreno circa il 20%, il suo omologo europeo Next Biotech ha perso il 15% circa, in parallelo a una diminuzione del numero di nuove quotazioni in Borsa (solo 15 negli Stati Uniti e 15 in Europa, mentre nel 2015 le Ipo erano state rispettivamente 51 e 24). Una debolezza dovuta ad alcuni segnali negativi ricevuti dal settore – come il calo del numero di farmaci biotech approvati dalla Fda americana – ma anche da ragioni tecniche: secondo alcuni analisti i titoli del comparto erano sopravvalutati, anche a causa di alcune quotazioni avvenute a valori eccessivamente generosi, e il calo dello scorso anno sarebbe quindi servito a riallineare le valutazioni ai fondamentali delle società.

Adesso però il mercato si aspetta che il settore cambi rotta. Qualche segnale incoraggiante ha già fatto capolino, sia sul fronte dei progetti di sviluppo clinico, dove si nota un rinnovato fermento, sia sul fronte dell’M&A: l’acquisizione dell’americana Medivation da parte di Pfizer e quella di Tobira Therapeutics da pare di Allergan, ma anche la battaglia in corso tra i colossi Sanofi e Johnson & Johnson per la biotech svizzera Actelion secondo gli esperti possono contribuire a ridare slancio alle valutazioni del settore.

Gli esperti ritengono che in questo momento siano particolarmente interessanti i titoli del mercato Usa, dove il fronte delle biotech è particolarmente nutrito. «Le valutazioni sono interessanti per le principali società biotech, che scambiano a un multiplo p/e (rapporto tra prezzi e utili, ndr) ben al di sotto della media dell’indice S&P 500 sia sulle stime del 2016 sia su quelle del 2017», osserva Rudi Van den Eynde, capo del team Thematic Global Equity di Candriam Investors Group. «Riteniamo che il settore sarà dominato dai titoli Usa nel prossimo futuro, sebbene ci siano anche società europee molto promettenti, come Genmab in Danimarca o Morphosys in Germania», prosegue Van de Eynde.

Secondo l’esperto le prospettive del settore dipendono molto dal risultato del dibattito politico sul prezzo dei farmaci negli Usa, ma le nomine in alcuni ruoli chiave autorizzerebbero a ritenere che il livello dei prezzi resterà a un livello tale da premiare la ricerca delle società biotecnologiche. Inoltre, Van den Eynde sottolinea che nel settore «l’innovazione sta correndo molto, con soluzioni innovative testate su un gran numero di malattie». E anche il numero di approvazioni ha ripreso slancio: «negli Stati Uniti l’Fda a dicembre ha approvato due farmaci prima della deadline ufficiale e con un’etichetta molto ampia», puntualizza.

Il gestore è convinto che un investimento nel settore sia adatto anche per il retail. «Il settore offre un’esposizione a innovazione di alto livello e scoperte tecnologiche importanti. Qualunque sia il ciclo economico, sfortunatamente ci saranno sempre malattie e saranno necessari buoni farmaci, quindi l’innovazione in questo campo sarà sempre un buon investimento (oltre che un sostegno per pazienti spesso disperati)», argomenta Van den Eynde. Tuttavia, aggiunge, «solo una parte limitata del portafoglio dovrebbe essere investita su questo settore», esposto da un lato a un’elevata volatilità e dall’altro sconta il rischio di interferenze sul prezzo dei farmaci. Inoltre, date le ampie differenze di performance tra le singole società e l’elevato grado di competenza necessario per giudicare le potenzialità dei nuovi farmaci, «sconsigliamo fortemente l’investimento in società singole, anche per investitori con un elevato profilo di rischio», aggiunge Van den Eynde. Per esporsi sul settore quindi è meglio un fondo specializzato.

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