il ricordo

Un anno senza la passione di Fabrizio Forquet

di Sergio Fabbrini

(13705)

4' di lettura

Come ognuno di noi, Fabrizio Forquet era diverse persone in una sola. Vorrei ricordarne tre, quelle di carattere pubblico, che ho avuto modo di osservare più da vicino. Il Fabrizio giornalista, il Fabrizio organizzatore, il Fabrizio docente. Comincio dal primo, il Fabrizio giornalista. Ad uno che è esterno al giornalismo, quest’ultimo appare come un mestiere tremendamente difficile. Non solo per i suoi ritmi, i suoi orari o per l’ansia che produce. Ma soprattutto per il ruolo che il giornalista assolve. Senza esagerarne gli effetti, tuttavia è evidente che un titolo o un articolo o una pagina di un giornale possono avere effetti immediati su una strategia aziendale o su una decisione politica, sulla reputazione di una persona o di un’organizzazione, come poche altre attività sociali possono avere.

Quella di uno studioso, ad esempio, può influenzare il modo di pensare di una comunità nel medio periodo, ma raramente ha un impatto immediato su una scelta politica o manageriale. Fabrizio mi è sembrato essere consapevole della delicatezza del suo ruolo di giornalista. Contrariamente ad una opinione presente nel suo ambiente, Fabrizio non riteneva che il ruolo del giornalista fosse quello di fare da “cane da guardia” della democrazia. Deve essere critico, ma non antagonistico. Eppure, per alcuni giornalisti italiani, è proprio quello il ruolo che i media dovrebbero assolvere. Essere un contro-potere quasi per definizione. Per loro, spetterebbe ai giornalisti opporsi al potere (politico ed economico) “a prescindere”.

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C’è, in questa interpretazione, un tratto illiberale, che Fabrizio non ha mai condiviso. Illiberale, perché quei giornalisti fanno fatica a riconoscere che essi stessi, a loro volta, costituiscono un potere sociale in senso proprio. E come ogni potere deve essere tenuto sotto controllo da altri poteri (compresi quello politico ed economico). Eppure, quei giornalisti, insieme a non pochi magistrati, pensano di essere i rappresentanti naturali della virtù. Spetta a loro controllare gli altri, ma non viceversa. Fabrizio aveva letto Walter Lippmann sull’opinione pubblica o Robert Dahl sulla democrazia, comunque sapeva che in una società libera nessun potere (compreso quello dei media) può sottrarsi al controllo da parte degli altri poteri. Ovviamente è necessario che ogni potere sia in grado di auto-controllarsi, ma ciò non basta. La virtù è il risultato del funzionamento di un sistema di reciproci controlli tra poteri, non già la proprietà intrinseca di uno o di un altro di essi.

Il Fabrizio organizzatore è quello che svolgeva il ruolo di vice-direttore di questo giornale. Guidare un gruppo (un giornale, un’impresa, un partito, un’istituzione) è molto più complesso di quanto si pensi. Guidare vuole dire esercitare una leadership. Ma che cos’è la leadership? La riconosciamo se la vediamo, ma non sappiamo come definirla senza vederla. Fabrizio era sicuramente un leader per la redazione che guidava. Non so se aveva letto Max Weber e le sue riflessioni sulle personalità carismatiche, tuttavia mi sembrava che avesse chiaro che la sua leadership dovesse basarsi sull’autorevolezza, prima ancora che sulla autorità. Il ricorso alla seconda può servire nei rari momenti di scontri non negoziabili, ma non può essere la risorsa quotidiana di legittimazione della propria leadership.

Per dirla con George Kennan, il ruolo (ovvero la posizione di superiorità gerarchica) è come la bomba atomica: è tanto più efficace quanto meno si è disposti ad usarla per risolvere una disputa. Il ricorso a quel ruolo deve essere la risorsa di ultima istanza, non già la risorsa di uso corrente. Fabrizio era autorevole, non autoritario. Come i veri leader, aveva creato, tra i suoi colleghi, un sentimento di appartenenza ad un progetto, fatto di idee ma anche di amicizie. Forse era la sua napoletanità, ma sapeva che, per guidare un gruppo, l’ironia e lo scherzo sono spesso più efficaci della paura.

Il terzo Fabrizio è quello che ha contribuito a dare vita al Master sul Management Politico, organizzato dalla Business School di questo giornale e dalla LUISS School of Government. L’idea fu sua e sua l’insistenza a mettere insieme le competenze giornalistiche de “Il Sole 24 Ore” e quelle accademiche della Scuola che dirigo. Si è trattato, e si tratta, di un esperimento senza precedenti, perché connette realtà (quella di un giornale e quella di un’accademia) che continuano ad essere, nel nostro paese, reciprocamente lontane (cognitivamente prima ancora che istituzionalmente). Eppure, per Fabrizio, quell’incontro andava promosso, a condizione però che sia i giornalisti che gli accademici partissero dai fatti nel loro contributo al Master. Di qui il programma di quest’ultimo, finalizzato a connettere le istituzioni alle politiche pubbliche, il contesto alle scelte e ai loro esiti.

L’esperienza giornalistica di Fabrizio gli aveva mostrato come la nostra classe dirigente (politica, amministrativa, economica) fosse spesso disattenta ai fatti. È un élite che tende ad oscillare tra l’ideologia meta-politica e il corporativismo micro-particolare, come aveva rilevato tempo fa Carlo Tullio-Altan. Senza una classe dirigente in grado di combinare il pragmatismo delle politiche con i valori della democrazia, la modernizzazione del paese non potrà mai avere successo. Eppure questa combinazione continua ad essere ignorata da molti che prendono decisioni o influenzano le opinioni nel nostro paese. Basti vedere cosa è successo il 4 dicembre scorso. Si è affossato un progetto di riforma costituzionale che, con i suoi difetti tuttavia rimediabili, ci avrebbe consentito di uscire dall’instabilità. Con l’esito di ritornare a quest’ultima in modo ancora più accentuato (come avverrà dopo le prossime elezioni). Proponendo e dirigendo il Master, Fabrizio riteneva però che la rassegnazione fosse un lusso che, in questo paese, non possono permettersi coloro che vogliono un’Italia più moderna e più giusta.

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