Opinioni

Un approccio sistemico per affrontare i problemi delle città

di Giovanna Mancini

(STEFANO CAROFEI)

3' di lettura

Candidati sindaci, se e quando sarete eletti, indossate gli occhiali del designer. Ovvero, cercate di assumere lo sguardo tipico di un designer per gestire e trasformare le città che sarete chiamati ad amministrare:
un approccio sistemico ai problemi e alle tante complessità che compongono la vita di un centro urbano, grande o piccolo che sia. È il consiglio – o meglio
l’appello – rivolto ai candidati sindaci alle elezioni amministrative
di domenica e lunedì da parte dell’Associazione per il disegno industriale (Adi), che ha scritto un Manifesto in quattro punti
per costruire delle «città migliori».

Città di design, appunto. Non stiamo parlando di design in senso estetico, precisa il presidente di Adi, Luciano Galimberti: non si tratta di abbellire le nostre metropoli o i luoghi della pubblica amministrazione con arredi urbani più belli o funzionali (il che non guasterebbe, comunque). Il punto è innescare un cambio culturale nel modo in cui si affrontano i problemi e si elaborano soluzioni nella gestione quotidiana di una comunità di persone, cercando di conciliare sostenibilità e sviluppo. «Per vivere meglio occorre cambiare mentalità, ma anche adottare scelte politiche e strutturali che favoriscano nuovi rapporti tra i cittadini, migliori modi lavorare e di vivere nella città, qualunque ne sia la dimensione o la posizione geografica», si legge nel manifesto. Il design – inteso come metodo di lavoro tipico del designer – ci viene in aiuto in questo, assicura Galimberti: «Le amministrazioni – osserva il presidente di Adi – in genere affrontano i problemi in maniera verticale, con un approccio tipicamente ingegneristico. Secondo noi è importante inserire anche una visione di sistema, quindi quel design di processo che è caratteristico del nostro saper fare design e serve a mettere in filiera i diversi elementi che compongono un sistema, gestendo quindi in modo orizzontale, per così dire, le tante verticalità». Punto primo è l’istituzione in ogni grande città di un Design manager, una figura che esiste già in altre metropoli europee, come Parigi o Copenhagen, in grado di operare una sintesi della complessità urbana, «per rispondere a bisogni che toccano ambiti concreti, come la mobilità o la qualità dell’aria, l’abitare o i luoghi del lavoro e della cultura, ma anche il rapporto tra libertà e democrazia, con un’attenzione speciale rivolta ai giovani e delle fasce più fragili».

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Il secondo punto ha invece a che fare proprio con gli oggetti delle città, dagli arredi urbani alle penne utilizzate negli uffici pubblici. L’Adi chiede infatti di includere la qualità del design tra i requisiti dei bandi delle amministrazioni locali. «Acquistare prodotti ad alto contenuto di design – recita il manifesto – è un investimento, prima che una spesa. Inserire nelle gare di assegnazione degli appalti e degli acquisti un punteggio per prodotti o servizi di “buon design”,
in base a parametri condivisi e dichiarati, è una scelta concreta di appartenenza a un mondo che intende essere migliore». Criteri legati alla sostenibilità dei materiali, alla durabilità, al recupero a fine vita, ma anche alla funzionalità e capacità di rispondere alle esigenze dei cittadini, precisa il presidente di Adi Foundation, Umberto Cabini: «Criteri oggettivi, che messi assieme compongono la qualità di un prodotto e che sono oltretutto elementi intrinsechi nel Dna delle nostre aziende». E ancora, una «città di design» è una città che lavora per sostenere la cultura del luogo, favorendo il dialogo tra i diversi attori del territorio, a cominciare dalle fondazioni culturali locali, in un rapporto virtuoso tra pubblico e privato. «L’obiettivo – aggiunge Galimberti – è coordinare e valorizzare il lavoro di ciascuno, supportando le singole iniziative ed evitando inutili sovrapposizioni». L’ultimo punto (non certo per importanza) riguarda «l’educazione al consumo responsabile di tutti i cittadini, fin dalla scuola». Un’educazione che proprio nell’uso consapevole del design può trovare uno strumento utile alle giovani generazioni per affrontare le scelte del loro futuro, in termini di sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

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