le sfide dell’europa

Un approccio strategico al bilancio Ue

C’è un momento per dibattere e negoziare, ma porre il veto a una riforma dopo averla negoziata non è un segnale di grande affidabilità

di Andrea Garnero e Silvia Merler


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(REUTERS)

4' di lettura

Il dibattito sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes) di fine 2019 è stato interessante non solo per il tema in sé, ma anche per ciò che ha mostrato del modo di occuparsi degli “affari europei” in Italia. Non è lesa maestà mettere in discussione le decisioni di Bruxelles. Anche perché nella maggioranza dei casi non si tratta di “decisioni di Bruxelles”, ma decisioni dei 28 (presto 27) Paesi dell’Unione europea oppure dei 19 Paesi dell’area euro. Tanto più nel caso del Mes che è il frutto di un trattato tra Stati. Quindi è doveroso, non solo normale, che ogni Stato membro scelga la propria posizione in base all’interesse nazionale.

Il problema sono stati i tempi, i modi e i luoghi in cui questo dibattito si è svolto. C’è un momento per dibattere e negoziare. E c’è un momento per rispettare i patti. Porre il veto a una riforma dopo averla negoziata non è un segnale di grande affidabilità. Ma per negoziare con successo, serve una visione chiara di quali siano i tavoli aperti a Bruxelles e di come le varie riforme in discussione interagiscano tra di loro. Questo aspetto strategico sembra mancare nel modo in cui l’Italia si approccia ai temi europei.

In questo settimane c’è un altro negoziato in dirittura d’arrivo che sarà decisivo per l’Europa e per l’Italia e che meriterebbe la stessa attenzione dedicata al Mes: il Multiannual financial framework (Mff) 2021-2027, cioè il bilancio europeo nel gergo brussellese. Si tratta di una questione relativamente tecnica e tediosa, ma centrale per definire le priorità dei prossimi anni in Europa. Il Mff è una finanziaria di sette anni, che ogni volta è oggetto di duri negoziati, ma questa volta ancora di più a causa dell’uscita del Regno Unito (e della sua sostanziale fetta di contributi).

Il montante totale del bilancio è ancora oggetto di negoziazione. Storicamente il Mff si aggira intorno al 1% del Pil europeo e gli Stati più grandi e ricchi (tra cui l’Italia) si assicurano di ricevere almeno una percentuale minima dei soldi che danno (il cosiddetto rebate o juste retour). La Commissione ha proposto per il ciclo 2021-2017 di portare il bilancio allo 1,11% del Pil europeo. Il Parlamento europeo chiede ancora di più, l’1,3 per cento. La presidenza di turno finlandese del Consiglio europeo ha provato a dicembre a trovare un accordo sull’1,07 per cento. La Germania addirittura vorrebbe limitare il bilancio europeo al 1% del Pil. Ora la palla passa alla presidenza croata.

Oltre al montante totale, si deve decidere come allocare questi fondi tra i programmi esistenti e nuovi. Storicamente politica agricola (la Pac) e i fondi di coesione occupano una parte importante. Secondo alcuni a scapito di questioni più urgenti come la ricerca o la gestione comune dei confini o ancora di programmi di stabilizzazione macroeconomica. A fine 2019, la presidenza finlandese ha messo sul tavolo tagli più sostanziali alla politica agricola e ai fondi di coesione di quanto proposto dalla Commissione e aumentato significativamente i fondi per la sicurezza comune. I Paesi dell’Est, grandi beneficiari dei fondi europei, non mancheranno di far sentire la propria voce contraria.

Tra le varie questioni ce n’è una che a nostro avviso che è di interesse strategico per l’Italia e sulla quale il compromesso proposto dalla presidenza finlandese è del tutto inadeguato. Si tratta del cosiddetto “Budgetary Instrument for Convergence and Competitiveness” (Bicc), ovvero un bilancio specifico per l’Eurozona. Al momento la bozza prevede 13 miliardi per sette anni, meno di 2 miliardi all’anno. Noccioline. E il 70% di questi fondi comunque devono tornare ai singoli contributori. L’intento originario dei proponenti, tra cui l’Italia e la Francia, era di costruire uno strumento di stabilizzazione macroeconomica anticiclica per l’Eurozona. La struttura attuale, però, è inadeguata, perché di fatto si tratta di un ibrido tra un mini-programma di aggiustamento macroeconomico e una versione potenziata dei già esistenti fondi strutturali. Ciò che davvero manca, è una componente di automaticità e redistribuzione – senza le quali il Bicc rischia di essere del tutto inutile. Un meccanismo europeo di assicurazione automatica contro la disoccupazione – secondo le linee di quanto proposto in passato dall’Italia – sarebbe molto più utile.

Qual è la posizione italiana in questa negoziazione sul bilancio europeo? Non la posizione dei funzionari del ministero dell’Economia o della Farnesina che negoziano in queste settimane a Bruxelles. Ma la posizione dei partiti. Quali sono le priorità? Quanti soldi siamo disposti a mettere? Su quali margini siamo disposti a cedere per strappare qualcosa sulle linee che sono prioritarie per il nostro interesse nazionale? Queste sono le domande fondamentali che ci si dovrebbe porre per mettere in piedi una strategia di negoziazione coerente ed efficace. Ma più in generale, servirebbe un radicale cambio di mentalità: a Bruxelles bisogna starci ogni giorno; presidiare i temi invece che disinteressarsene; vedere le discussioni come una vera opportunità. Nessun senso di inferiorità ex ante, ma nemmeno un continuo grido al complotto ex post.

Economista presso l’Ocse
Head of research, Algebris Policy & Research Forum

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