edilizia & accessibilitÀ

Un’architettura più inclusiva con l’attenzione ai dettagli

Non basta abbattere le barriere: piccoli accorgimenti trasformano gli spazi rendendoli maggiormente vivibili per tutti anche in tempi di emergenza sanitaria

di Maria Chiara Voci

default onloading pic

Non basta abbattere le barriere: piccoli accorgimenti trasformano gli spazi rendendoli maggiormente vivibili per tutti anche in tempi di emergenza sanitaria


4' di lettura

Si chiama progettazione inclusiva, svolge un ruolo centrale nel ripensamento dell’architettura contemporanea e riguarda sia la dimensione outdoor che quella indoor. L’obiettivo è dare vita a spazi accessibili a tutti (non solo a persone con disabilità). Sfatando, soprattutto, il preconcetto, a partire dalle nuove costruzioni, che progettare edifici o ambienti funzionali significhi rinunciare all’estetica.

La riflessione torna di estrema attualità nel contesto di emergenza che stiamo vivendo, che ci sta costringendo a un nuovo modo di vivere lo spazio architettonico. Ma non è iniziata ieri: l’Italia già nel 1968 è stata fra i primi cinque Paesi al mondo a dotarsi di un decalogo per la progettazione di spazi accessibili. Eppure nel concreto quanto si è riusciti a passare dalle parole ai fatti? «Resta ancora da superare un paradigma culturale – spiega la professoressa Valeria Tatano dello Iuav di Venezia, che con il tema si è a lungo confrontata, vista la peculiare conformità della città lagunare e l’approfondito lavoro in corso per l’adeguamento di edifici storici e ponti –. Occorre comprendere che la disabilità è una condizione relativa. Chiunque può essere disabile in qualche contesto. Un mutamento che parte dal linguaggio e dai simboli con cui si indica l’handicap e che atterra in architettura nel superamento del concetto di barriera architettonica per parlare di progettazione accessibile e inclusiva. Basata su soluzioni universali che non creano differenze e non aspirano a definire la soluzione perfetta per un singolo bisogno, ma quella più compatibile per le esigenze di tutti».

Gli esempi di avanguardia non mancano. Dal famoso riadeguamento in corso d’opera del 2003 di Mitzi Bollani (Design For You and All), che ha consentito di rendere accessibili – a progetto concluso e cantiere in corso – a tutti i livelli i 50mila mq della sede del Comitato economico sociale europeo e del Comitato delle Regioni di Bruxelles, a realizzazioni più recenti, come Palazzo Chiericati a Vicenza o il Pantheon a Roma. Fino ad arrivare a opere uniche, come la Maison à Bordeaux, la casa su tre livelli progettata dall’architetto olandese Rem Koolhaas, dove un sistema di piattaforme mobili in orizzontale e verticale ha consentito al proprietario, rimasto in sedia a rotelle, di “riappropriarsi del mondo” pur restando chiuso in una stanza e di viaggiare attraverso i piani, per scoprire di volta in volta la vista sul fiume Garonna, sul cielo o sulle colline della campagna francese.

Senza pensare per forza in grande, è però nei particolari che si gioca la differenza su larga scala. «In molti casi si tratta solo di uscire dagli schemi con cui fino a ieri si è progettato prestando attenzione ai dettagli. Per scoprire che la stessa funzione può essere inserita nello spazio in modo diverso», riflette Andrea Stella, titolare dell’associazione onlus “Lo Spirito di Stella” e promotore, insieme all’azienda Schüco Italia della Universal Design Week, primo evento italiano sull’accessibilità, che si è svolto a Venezia dal 30 settembre al 6 ottobre. Stella, appassionato di navigazione in mare e diventato disabile a causa di un’aggressione subita, ha lavorato per anni per ridisegnare gli spazi all’interno del proprio catamarano, con cui oggi gira il mondo per generare conoscenza e cultura sul tema della progettazione inclusiva. «Immaginando i miei bisogni – racconta ancora – mi sono reso conto che, a parità di spazio e prestazioni, alcuni vani delle imbarcazioni venivano realizzati in un modo prestabilito solo perché mai nessuno li aveva ripensati diversamente, anche a fronte di un’evoluzione tecnologica che aveva nel frattempo cambiato la necessità dei locali di servizio. Come sul mio catamarano, così anche in una casa, l’assenza di ostacoli di fronte a una soglia di ingresso, la progettazione di maniglie alla portata di tutti così come un migliore sfruttamento del design di una cucina per consentire i movimenti diventa un vantaggio per tutti». Prediligere una forma quadrata per un ambiente bagno, scegliere piani doccia continui e pensare alla distanza dei sanitari, pre-definire con cura il disegno dei punti luce e delle prese di corrente, così come preferire porte e portefinestre a filo sono piccoli accorgimenti che fanno la differenza.

L’accessibilità, infine, va pensata oltre le barriere fisiche e declinata dal punto di vista motorio a quello sensoriale, della comunicazione, del rispetto dell’integrazione compositiva di un edificio. Tornando all’influenza che il Covid sta esercitando sul ripensamento delle nostre vite, si pensi ad esempio quanto sta diventando importante il tema del distanziamento e dell’igiene in tutti gli ambienti in cui viviamo.

«Una città accessibile – riflette Carlo Patrizio, docente all’ Università La Sapienza di Roma e membro del gruppo di lavoro di Igiene dell’Ambiente Costruito della Società italiana di igiene – è un luogo dove una mamma che spinge una carrozzina non ha ostacoli, così come un turista che deve trasportare un trolley o un anziano che deve buttare un pezzo di carta. Perché l’usabilità sta anche nella dislocazione dei servizi sul territorio e nella dimensione del quartiere».

Brand connect

Loading...

Newsletter RealEstate+

La newsletter premium dedicata al mondo del mercato immobiliare con inchieste esclusive, notizie, analisi ed approfondimenti

Abbonati