catastrofe nucleare

Un arco sul sarcofago: la sfida per «salvare» Chernobyl comincia 33 anni dopo

Una struttura unica al mondo, finanziata dalla Bers e da 45 Paesi, ricopre il sarcofago costruito frettolosamente sopra il reattore distrutto la notte del 26 aprile 1986. È solo il primo passo: la grande sfida ora è smantellare la vecchia copertura e affrontare il materiale radioattivo. Le risposte ancora mancano

dal nostro inviato Antonella Scott


La sfida di Chernobyl: il futuro riparte da un arco di acciaio

7' di lettura

Il New Safe Confinement, l’arco di acciaio che ricopre il reattore della centrale di Chernobyl distrutto la notte del 26 aprile 1986, è stato un progetto affidato alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e finanziato da 45 Paesi, oltre che dalla BERS che ha reso possibile a un gruppo di giornalisti di visitare l’interno dell’arco. Il 10 luglio il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy, ha partecipato alla cerimonia per il passaggio di consegne del New Safe Confinement dalla BERS alle autorità ucraine.

CHERNOBYL - È corretto dire “per sempre”? Un gigantesco arco di acciaio, alto quanto la Madonnina del Duomo di Milano, avvolge il sarcofago che a sua volta racchiude il reattore n.4 della centrale nucleare di Chernobyl, distrutto nella fusione seguita a due scoppi nella notte del 26 aprile 1986. Di lui restano 13mila tonnellate di “lava” radioattiva, il combustibile nucleare - 192 tonnellate di uranio - mescolato alle componenti del reattore fuso, al piombo, alla sabbia e all’acido borico gettati dagli elicotteri per bloccare l’incendio e il rilascio di polvere radioattiva. Per la forma che ha preso, lo chiamano “zampa di elefante”. «Il 95% del nucleo del reattore distrutto dall’incidente è ancora lì - chiarisce Balthasar Lindauer, responsabile del dipartimento Sicurezza nucleare alla Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo -, non è mai stato portato via niente. Ciò che è fuoriuscito dopo l’esplosione è solo una piccola parte».

L’arco è in grado di racchiudere ermeticamente la “zampa di elefante” per cento anni. Un limite tanto lontano da apparire definitivo. Il problema della radioattività a Chernobyl è risolto? «No, no! - scuote la testa Julia Marusich, ingegnere della sezione Comunicazione internazionale alla centrale di Chernobyl -. Questo è un passo molto importante, ma non conclusivo. L’obiettivo è delimitare le conseguenze dell’incidente e minimizzare i rischi, che ci sono ancora. Tenerli sotto controllo. Il vero lavoro, lo smantellamento del sarcofago interno e il trattamento del materiale radioattivo, comincia ora». Lasciarlo qui? Rimuoverlo? Dove? «A tutt’oggi - spiega Yulia - la decisione finale su cosa fare non è ancora stata presa».

Il New Safe Confinement

Chernobyl riparte dal suo arco di acciaio

Chernobyl riparte dal suo arco di acciaio

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L’ingegno dell’uomo messo alla prova dalla catastrofe che lui stesso ha provocato. Lo chiamano New Safe Confinement : accanto agli altri progetti che affrontano il trattamento dei liquidi radioattivi, la gestione del combustibile spento, la chiusura degli altri reattori della centrale, l’arco di Chernobyl è stato costruito da Novarka (consorzio tra le francesi Vinci e Bouygues) con la partecipazione tra gli altri dell’italiana Cimolai, che ha realizzato il “telaio”, le strutture in acciaio ad alta resistenza. Uno sforzo collettivo della comunità internazionale, raccolta attorno alla Bers a cui nel 1997 il G7, d’intesa con le autorità ucraine, ha affidato il Chernobyl Shelter Fund, per finanziare la messa in sicurezza della centrale e permettere il proseguimento dei lavori. Impresa da 2,1 miliardi di euro, garantiti dai governi di Paesi e direttamente dalla Bers.

Di questi soldi, 1,5 miliardi è il costo della grande barriera al cuore del progetto. Un’opera maestosa che dà la misura dell’immensità del compito ancora da affrontare. Il primo sarcofago - costruito frettolosamente tra maggio e novembre del 1986 - ha permesso di guadagnare un po’ di tempo e di stabilità e ora l’arco di acciaio, spiega Julia Marusich, «ha il compito di assicurare un ambiente stabile e protetto e accogliere le infrastrutture per avviare i lavori». Ma il “mostro” di lava e il sarcofago vanno tenuti a distanza, li affronteranno delle gru telecomandate. «Qui fuori siamo protetti - osserva Lindauer indicando l’arco di acciaio dagli uffici poco distanti -. I livelli di radioattività sono drasticamente diminuiti dal completamento dell’arco, più o meno cinque volte più alti che a Roma. Ma i lavori di manutenzione e smantellamento continueranno anche all’interno. E lì è necessario ridurre al minimo il tempo di permanenza delle persone, e monitorare attentamente perché nessuno superi i livelli di radiazioni consentiti».

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Cuore di tenebra

Dal primo check-point all’ingresso della “zona di esclusione” che circonda Chernobyl - tre sezioni che in base al livello di contaminazione limitano le condizioni di permanenza dell’uomo, fino al divieto totale di residenza permanente nella zona 1 - l’avvicinamento al cuore di tenebra è un percorso segnato dal continuo monitoraggio delle dosi di radiazioni ricevute. Ridotte in media più di dieci volte grazie alla costruzione dell’arco, 0,73 microsievert per ora. È dentro l’arco, in prossimità del sarcofago, che i raggi gamma continuano a pulsare: 7,5 microsievert all’ora. «Non toccate nulla, questo è il luogo più pericoloso», avverte Valerii Kulishenko, responsabile tecnico del dipartimento Sicurezza nucleare alla Bers. «Vorrei sia chiaro - precisa Lindauer -. La funzione principale dell’edificio non è proteggere dai raggi gamma che provengono dal reattore, ma contenere qualunque cosa ci sia là dentro e creare un ambiente di lavoro sicuro per lo smantellamento». Quanto tempo ci vorrà? «Non lo sa ancora nessuno».

Nel territorio della centrale, ognuno ha con sé un dosimetro che registra la radioattività ricevuta. «Malgrado siano passati 33 anni - dice Julia Marusich - all’interno dell’arco ci sono zone in cui i livelli sono ancora molto elevati, aree tuttora non accessibili». Presso il muro est della centrale i valori fino a due anni fa erano così alti da consentire solo turni di lavoro di pochi minuti, non più di dieci. Per questo, per ridurre il rischio di esposizione del personale, l’arco è stato costruito a 327 metri di distanza, e poi fatto lentamente scivolare su binari fino a coprire il reattore.

Due gru al lavoro

Un’operazione senza precedenti iniziata nel 2012 e conclusa nel novembre 2017, la più grande struttura mobile mai costruita al mondo in queste condizioni. Alta 108 metri, larga 257, lunga 162 per un peso di 36mila tonnellate. E ora, spiega Victor Zalizetskyi, viceresponsabile per Project Management al Chernobyl Shelter Implementation Plan, il grosso del lavoro di smantellamento sarà affidato a due gigantesche gru gialle, ciascuna in grado di sollevare 50 tonnellate. Saranno loro a portare i pezzi del sarcofago in un bunker, per essere decontaminati.

Nella sala di controllo, “cervello” hi-tech delle operazioni da cui verrà diretto il lavoro delle macchine, Simon Evans, capo del Chernobyl Shelter Fund, spiega il funzionamento del doppio arco, la sfida di tenere sotto controllo umidità e corrosione in un ambiente radioattivo. «Lo spazio anulare tra la volta esterna e quella interna - spiega Evans - dev’essere mantenuto costantemente sotto pressione per minimizzare la possibilità di rilascio di sostanze radioattive, mentre l’umidità va tenuta sotto controllo per impedire la corrosione». In un orizzonte di 100 anni, l’arco di Chernobyl è progettato per resistere all’umidità, al calore, alla neve e al vento, ai terremoti e ai tornado di classe 3. In questi giorni si celebra il passaggio di consegne dell’arco di acciaio tra la Bers e la autorità ucraine. «Ma il nostro lavoro non è certo finito», osserva Evans ricordando gli altri impegni della banca europea legati a Chernobyl.

Cresciuti all’ombra della centrale

Fuori, un gruppo di operai aspetta il cambio di turno. Poco distante scorre il fiume Pripyat, acqua contaminata straricca di pesci che sguazzano indisturbati. Tra i problemi più difficili da affrontare, spiega Valerii Kulishenko, c’è quello di minimizzare il contatto con l’acqua del Dnepr, il fiume di Kiev lontana poco più di 100 km. In questo spazio il mondo vive sospeso, in bilico tra paura e sete di normalità. «Vivere qui - racconta Yaryna Grusha, cresciuta al margine della Zona di esclusione - era vedere i paesini intorno a noi morire, un anno dopo l’altro, perché non tutti sono stati evacuati subito».

Poliske, per esempio, la città dove si andava al mercato e per la posta, è stata sgombrata nel 1998, a 12 anni dall’incidente. «Hanno messo una sbarra, ora chiedono un permesso», dice Yaryna. Lei ha 33 anni: è nata nel luglio ‘86, ai limiti della zona “proibita”, tre mesi dopo la catastrofe. Il giorno dopo l’incidente, la sua mamma si era messa a lavare le finestre per la Pasqua. Nessuno l’aveva avvertita del pericolo.«Non siamo mai stati sicuri - dice Yaryna -, ma non conoscevamo i rischi. Nessuno ci diceva niente».

All’ingresso della Zona di esclusione, il ricordo delle parole di Yaryna si intreccia a una musichetta allegra sparata a tutto volume da un chiosco. Vendono souvenir di Chernobyl: magliette, mappe, tazze e magneti e gelati su cui il simbolo giallo della radioattività diventa un brand. Un business sempre meglio organizzato, affidato alla “Chornobyl Tour” che per 67 dollari offre un viaggio «in un frammento di Unione Sovietica abbandonato dagli umani e circondato da una natura rigogliosa». Il volantino rassicura: la dose di raggi gamma ricevuta in un giorno di tour è pari a quella di un volo aereo di un’ora, 160 volte meno di una radiografia.
Vicino al monumento che rende omaggio alle vittime e ai 600mila “liquidatori” - militari, minatori e “robot umani” esposti alle radiazioni per ripulire la centrale - Yulia Marusich aggrotta la fronte: «Chernobyl - dice - non è un posto per fare turismo estremo. È il luogo di una tragedia».

Il dramma di Pripyat

E il suo secondo epicentro è Pripyat, 50mila abitanti età media 26 anni, costruita per i dipendenti a 3 km dalla centrale, la “Pompei sovietica” - come l’ha chiamata l'Economist - che ha subìto il colpo più duro. Evacuata “temporaneamente” due giorni dopo, ora è un deserto contaminato di palazzi abbandonati, lampioni arrugginiti e strade e piazze dove l’asfalto viene spaccato dalla vegetazione a cui l’uomo ha lasciato il posto. Spunta fuori un sole ingannatore, perché se il cielo è azzurro ed è pieno di fiori che nessuno coglie, l’estate a Pripyat sembra più pericolosa dell’inverno, con la neve che tiene in qualche modo a bada le polveri di cui è impregnata la terra. E sempre più instabili e pericolosi sono gli edifici, con il passare del tempo crolleranno. Verranno demoliti? «Non è stato ancora deciso cosa fare», spiega Valerii Kulishenko. Ma è chiaro che gli abitanti di Pripyat non torneranno a casa. E dunque sì, per loro, e per chiunque abbia avuto la vita travolta dalla catastrofe di Chernobyl, è corretto dire “per sempre”.

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