giustizia penale / 1

Un argine agli abusi delle regole

di Paolo Tonini

(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

La “riforma Orlando” ha un contenuto molto ampio che, a prima vista, può sembrare carente di una visione unitaria.

L’intervento è senz’altro imponente: oltre a modifiche del Codice penale e di quello di procedura penale, vi sono deleghe concernenti il sistema penitenziario, le intercettazioni, il captatore informatico e le impugnazioni. Nonostante la complessità delle materie trattate, riteniamo possibile trarre le linee di intervento che hanno un’ispirazione comune. Da un lato, il perseguimento dell’efficienza; da un altro lato, il contrasto agli abusi processuali che possono essere compiuti dai soggetti del procedimento.

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Sul primo versante, il perseguimento dell’efficienza è stato operato, di regola, non più con meccanismi automatici di mera economia processuale, bensì con un bilanciamento tra princìpi fondamentali ed esigenze contrapposte. Salvo una grave eccezione che ancora risente di schematismi di tipo tradizionale, le esigenze di efficienza sono state perseguite senza annullare i diritti fondamentali delle parti contrapposte. L’eccezione esiste ed è l’estensione abnorme della partecipazione a distanza dell’imputato al dibattimento: essa dovrebbe essere limitata ai soli condannati per gravi delitti che richiedono la prevenzione di violenze. Qui l’auspicio è che possa intervenire la Corte costituzionale per sanzionare la violazione dei princìpi fondamentali del contraddittorio.

Sul secondo versante, la novità sta nella lotta all’abuso del processo; abuso che, come è noto, si ha quando un soggetto usa gli strumenti processuali in modo contrario alla finalità per la quale sono stati costruiti e introdotti nel sistema. Così, vi sono interventi contro abusi da parte del pubblico ministero, del difensore, dell’imputato e perfino del giudice.

Il duplice meccanismo di intervento sembra denotare un cambiamento di mentalità. In passato ogni modifica del processo penale faceva sorgere contrasti ideologici simili alle vecchie guerre di religione. In tempi più recenti il dibattito sembra perdere i connotati ideologici e ridursi a una valutazione pragmatica sugli effetti positivi o negativi che si potranno verificare e che, dopo le modifiche legislative, dovranno essere misurati e valutati in modo laico.

Possiamo dare una valutazione complessiva. Si tratta di una manovra che cerca di tamponare le carenze più vistose del vigente processo penale. La caratteristica di intervento di emergenza è il pregio e il limite delle norme introdotte.

Nonostante ciò, siamo di fronte al primo intervento non settoriale dai tempi della lontana riforma del 1999 (la cossiddetta legge Carotti) e dalla successiva legislazione sul “giusto processo”.

Oggi manca una visione generale sulla necessità di evitare che il processo si tramuti in un giustizialismo in mano a quelle forze politiche che di volta in volta vogliono utilizzarlo per i propri scopi. Il legislatore dovrebbe interpellare gli studiosi per farsi indicare gli strumenti che sono necessari per ricondurre il processo penale a un neutrale accertamento dei fatti che sia rispettoso della presunzione di innocenza dell’imputato.

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