Opinioni

Un asse Usa-India per contenere le ambizioni geopolitiche cinesi

Le grandi democrazie della regione indo-pacifica sembrano determinate a porre un freno all’espansionismo territoriale di Pechino

di Brahma Chellaney

(AFP)

5' di lettura

L’anno 2020 sarà ricordato non solo per lo shock Covid-19 e la fine della presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti, ma anche come il momento della resa dei conti per la Cina. Con i colpi inferti dalla pandemia alla sua reputazione internazionale, e con l’intensificarsi dell’opposizione alla sue pretese territoriali, la capacità della Cina di perseguire le proprie ambizioni geopolitiche sta diminuendo rapidamente. Da nessuna parte questo è più evidente che nelle relazioni con l’India.

Il cambiamento è iniziato a maggio. Quando il brutale inverno himalayano si è allontanato, un’India sotto shock ha scoperto che le forze armate cinesi avevano occupato centinaia di chilometri quadrati di confine nella regione più settentrionale del Ladakh. Le forze degli invasori, sostenute da migliaia di truppe nelle retrovie, si erano impadronite delle cime delle montagne e di altri punti di vantaggio strategici, e l’Esercito Popolare di Liberazione (Epl) aveva stabilito basi avanzate, bloccando l’accesso dell’India alle aree della frontiera contesa che erano state sotto la sua esclusiva giurisdizione.

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È stato un cinico tentativo di sfruttare non solo il caos e le difficoltà causate dalla più famigerata esportazione cinese a livello globale, il Covid-19, ma anche la politica di pacificazione di lunga data del primo ministro indiano Narendra Modi. Nei sei anni precedenti, Modi aveva incontrato 18 volte il presidente cinese Xi Jinping, nella speranza di favorire relazioni più amichevoli (e indebolire l’asse Cina-Pakistan).

Questa speranza ha reso cieco Modi riguardo ai preparativi di aggressione da parte della Cina, comprese le esercitazioni di combattimento e la costruzione frenetica di infrastrutture militari lungo la frontiera. In questo senso, Modi ha ripetuto l’errore del primo primo ministro indiano post-indipendenza, Jawaharlal Nehru, il cui ostinato corteggiamento di Mao Zedong ha permesso alla Cina di annettere il Tibet, eliminando così la “zona cuscinetto” tra il Paese e l’India. Le invasioni cinesi sono culminate nella guerra sul confine himalayano del 1962, iniziata con un attacco a sorpresa dell’Epl e conclusa con perdite territoriali per l’India.

Quella guerra ha infranto le illusioni dell’India sulla Cina come partner affidabile, e ha innescato una svolta radicale rispetto al pacifismo. Con la recente aggressione himalayana della Cina, l’India sembra stia ricevendo nuovamente la stessa lezione. Il Paese ha già schierato truppe equivalenti a quelle cinesi lungo la frontiera e ha occupato posizioni strategiche nell’area.

Le crescenti tensioni hanno innescato una serie di scontri, il peggiore dei quali ha comportato a metà giugno la morte di 20 soldati indiani ed un numero imprecisato di truppe dell’Epl. Trasformando quella che una volta era una frontiera pattugliata leggermente in un confine “caldo” e sollevando lo spettro di ulteriori sorprese militari – e al tempo stesso rinsaldando i legami strategici con il Pakistan – la Cina non ha lasciato all’India altra scelta che quella di rafforzare significativamente la propria posizione strategica.

In effetti, un importante rafforzamento militare da parte dell’India è nelle cose. Ciò includerà l’incremento notevole delle pattuglie di frontiera e forze aggiuntive per una guerra di montagna. Tuttavia, poiché le forze indiane non possono proteggere ogni angolo di uno dei confini più inospitali e insidiosi del mondo, saranno essenziali anche misure deterrenti.

Questo è il motivo per cui l’India ha testato una serie di sistemi missilistici all’avanguardia, tra cui un missile da crociera ipersonico, un missile-siluro ibrido (che può essere schierato contro sottomarini e portaerei) e un missile anti-radiazioni (progettato per cercare e distruggere i sistemi nemici di difesa aerea dotati di radar). Ciò fa presagire un sostanziale investimento indiano nella modernizzazione militare.

Il rafforzamento militare dell’India includerà anche una significativa espansione della sua capacità navale. Ciò consentirà all’India di adottare una posizione marittima molto più forte, che prevede l’apertura di un fronte nell’Oceano Indiano, attraverso il quale passa molto del commercio cinese (compresa la maggior parte delle sue forniture energetiche).

Ma l’India non sta affrontando la Cina da sola. A novembre, Australia, Giappone e Stati Uniti si sono uniti all’India per le simulazioni di guerra navale del Malabar – la prima esercitazione militare in assoluto che ha coinvolto tutti e quattro i membri del cosiddetto Quad, una libera coalizione strategica delle quattro principali democrazie della regione indo-pacifica.

Rafforzare la cooperazione tra i Paesi Quad è centrale per la politica indo-pacifica americana, che prevede un focus sul dominio marittimo. Considerato il consenso bipartisan negli Stati Uniti sulla necessità di contrastare l’espansionismo cinese, è improbabile che questa politica cambi in modo significativo sotto l’amministrazione del presidente eletto Joe Biden.

Un’alleanza strategica Usa-India è stata a lungo l’incubo della sicurezza cinese. Tuttavia, ripagando le aperture di pace di Modi con l’accaparramento furtivo di terre, Xi ha reso più probabile una simile alleanza. È stato in risposta all’aggressione cinese che in ottobre l’India ha finalmente concluso l’ultimo dei quattro accordi “fondamentali” raggiunti dagli Usa con gli alleati. I termini dell’accordo erano in fase di negoziazione da più di un decennio.

Oltre a lavorare con stati che la pensano allo stesso modo, diplomaticamente e militarmente, l’India tenta di contrastare la Cina mettendo a nudo le sue attività neocoloniali, come la Belt and Road Initiative. E probabilmente cercherà di sventare il piano di Xi di catturare l’istituzione del Dalai Lama vecchia di 442 anni e consolidare la presa della Cina sul Tibet. Con l’attuale Dalai Lama che ha chiarito che la sua «reincarnazione apparirà in un Paese libero», l’India dovrebbe tacitamente aiutare gli esuli tibetani a trovare il loro successore nelle sue regioni himalayane tibetane-buddiste, che hanno espresso un Dalai Lama alla fine del XVII secolo.

Un’altra probabile dimensione della nuova strategia indiana per la Cina sarà quella di perseguire un disaccoppiamento economico gestito e selettivo. La bilancia commerciale della Cina con l’India rappresenta il terzo più grande surplus bilaterale (dopo gli Stati Uniti e l’Unione Europea). Ora che l’India riconosce la follia di fare affidamento sulla Cina per forniture critiche, le cose cambieranno.

Da quando la Repubblica Popolare è stata fondata nel 1949, ha più che raddoppiato il proprio territorio annettendo le patrie di minoranze etniche e conquistando le terre di altri Paesi. In questo contesto, le sue recenti invasioni del territorio indiano all’interno dell’Himalaya potrebbero rappresentare una minaccia significativa per la stabilità indo-pacifica. Fortunatamente, le potenze regionali – a cominciare dall’India – le stanno respingendo. Con questa resistenza regionale sempre più sostenuta dagli Stati Uniti e da altre potenze occidentali, molto probabilmente Xi si pentirà per sempre delle decisioni prese nel 2020.

Professore di Studi Strategici presso il Center for Policy Research con sede a Nuova Delhi e Fellow presso la Robert Bosch Academy di Berlino, è l’autore di nove libri, tra cui Asian Juggernaut, Water: Asia’s New Battleground, and Water, Peace, and War: Confronting the Global Water Crisis.

Copyright: Project Syndicate, 2020.

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