world bicycle relief

Un’asta globale per portare biciclette (e lavoro) nei Paesi in via di sviluppo

Iniziativa per acquistare cicli per Africa, Asia e Sudamerica: in 15 anni distribuite più di mezzo milione di biciclette e fomati 2mila ciclomeccanici

di Mariateresa Montaruli

3' di lettura

Che doti deve avere un buon battitore d'asta di biciclette? Deve essere in grado di distinguere un pignone da una corona, un tubo obliquo da un sottosella, un marchio «made in Italy» da uno d'oltreoceano; convincere che un manubrio a piega non è necessariamente migliore di uno a rondinella e che un telaio battuto all'asta non sia semplicemente il solitario scheletro di una bicicletta, ma l'inizio di una ricerca di componenti che può portare a montare la bici perfetta.

Il 13 dicembre sarà l'attore comico Giovanni Storti, volontario per un giorno, a battere l'asta benefica organizzata dai Supporter italiani - tra cui Davide Maggi di La Stazione delle biciclette a Milano, la sottoscritta autrice del blog Ladra di biciclette, Roberto Peia di Upcycle Bike Café di Milano, Giovanni Morozzo di Ciclica e Valeria Rossini - di World Bicycle Relief, l'organizzazione no-profit che, tra il 2005 e il 2019, ha distribuito 506.257 biciclette e formato 2.323 ciclomeccanici in Africa, Sud America e Asia.

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L'orario e la piattaforma dell'asta saranno comunicati sulla pagina di donazioni in italiano creata ad hoc.

La storia di World Bicycle Relief è iniziata con lo tsunami che ha colpito, nel dicembre 2004, seminando devastazione, India, Sri Lanka, Thailandia, Maldive e Somalia. Solo la bicicletta, il mezzo più veloce per gli spostamenti entro i sette chilometri, tre volte più rapido della camminata e con una capacità di carico cinque volte maggiore, poteva ricongiungere i superstiti delle famiglie disperse, riportare a scuola i bambini, ricollegare pozzi e mercati ai villaggi più remoti, favorire la ricostruzione.

Un anno dopo, per opera dell'imprenditore F.K. Day che nel 1987 aveva fondato a Chicago, la Sram, oggi tra i leader nel settore delle componenti meccaniche per biciclette, nasceva l'associazione non a scopo di lucro World Bicycle Relief che nel 2008, non contenta di dispensare biciclette, progetta la Buffalo, una bicicletta con il telaio di acciaio e senza cambi, pensata per le piste di terra e sabbia della savana e per trasportare carichi fino a 100 chili.

Una bicicletta che potesse migliorare le condizioni di vita delle popolazioni sub sahariane dove 600 milioni di persone usano le gambe come unico mezzo di trasporto. E che potesse creare posti di lavoro.

Tutt'altro che fatte cadere dal cielo, le Buffalo sono prodotte in Asia, ma assemblate in fabbriche create ad hoc in Kenya, Malawi, Zambia e Zimbabwe dove si provvede anche alla formazione di ciclomeccanici in grado di prolungare il ciclo di vita della già robusta bicicletta Buffalo.

Il processo di donazione passa attraverso la valutazione di progetti e situazioni di effettiva necessità, in collaborazione con enti quali Childfund International, Feed the Future, Greenline Africa Trust, Innovations for Poverty Action, Save the Children, Transaid, Village Bicycle Project.

I risultati non si sono fatti attendere. Il Global Impact Report 2019 di World Bicycle Relief rivela la presenza di 23 negozi di biciclette aperti in Kenya, Malawi, Zambia e Zimbabwe. Nel corso dello scorso anni ben 58.917 Buffalo sono state distribuite tra comunità e villaggi, 211 sono stati i meccanici che hanno completato un ciclo di formazione e che saranno in grado di riparare le componenti, saldare i tubi e provvedere alla raggiatura della ruota.

Il Report sottolinea anche che il 76% dei fondi raccolti nel 2019 - una somma pari a 16,7 milioni di dollari - è stato devoluto direttamente in donazioni, il 18% risultava assorbito da azioni di fundraising e il 6% dalla gestione.

Quest'anno, tra i mesi di marzo e agosto, pur a scuole chiuse, il Covid-19 ha fatto impennare le richieste di biciclette Buffalo nelle più dimenticate comunità rurali. Con la pandemia è diventato vitale avere mezzi di trasporto che rendano possibile informare la popolazione dei rischi, illustrare le misure di precauzione, erogare cure e dispensare farmaci.

Come sta accadendo nelle città europee che hanno annunciato, nel complesso, nel 2020, 2.300 chilometri di nuove corsie ciclabili in risposta alle esigenze di rarefazione sociale imposte dal Covid, la bicicletta si è rivelata il mezzo più efficace per raggiungere i villaggi più isolati.

Da marzo ad agosto, si legge nel Mid-Year Report 2020, 2.365 biciclette “di emergenza” sono state assemblate e distribuite a medici e operatori sanitari in Colombia, Malawi, Kenya, Zambia e Zimbabwe.

Un processo che non si è arrestato. E a cui i ciclisti appassionati di buone pratiche, con la collaborazione di un attore comico cicloviaggiatore, vorrebbero nel loro piccolo contribuire.

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