L’ANALISI

Un attacco strumentale con effetti per ora limitati

di Ugo Tramballi

(REUTERS)

2' di lettura

Nelle conversazioni private l’emiro Hamad al Thani non nascondeva di avere una scarsa opinione dei “fratelli” arabi: dal Cairo ai cugini sauditi - una parentela di sangue e di fede wahabita - il giudizio era pessimo. Anche per questo la stragrande maggioranza degli immensi proventi del gas, il fondo sovrano del Qatar, Qia, li aveva investiti ovunque tranne che in Medio Oriente.

Il vecchio emiro che nel 2013 abdicò in favore del figlio Tamim, non aveva torto. Più che un boicottaggio, quello saudita è un assedio medievale. Gli effetti economici e finanziari su un protagonista internazionale sia della finanza che dell’economia, sono relativi per ora. Per scelta strategica compiuta 15 anni fa, le 77 milioni di tonnellate di gas naturale liquido (il 30% della produzione mondiale) che l’emirato garantisce sono in grandissima parte esportate per nave.

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Ma i 300mila qatarini e i quasi due milioni di stranieri che lavorano nella penisola del Golfo devono anche mangiare: il 40% dei consumi alimentari del Paese passa dall’unica frontiera terrestre con l’Arabia Saudita che da oggi sarà sigillata. Il Paese con il più alto Pil procapite del mondo potrebbe conoscere la fame. È solo una suggestione: i circa 330 miliardi di dollari del fondo sovrano possono permettersi il più lungo degli assedi.

Tutto questo perché, sostengono Arabia Saudita e Emirati, principali protagonisti del boicottaggio, il Qatar sostiene i terroristi di al Qaeda e di Isis. L’accusa non è del tutto infondata. Ma è come se il gatto e la volpe accusassero Pinocchio di mentire. Dallo scoppio delle primavere nel 2011 in poi, non c’è Paese del Golfo che non abbia mestato nel grande caos, a volte ignorando di giocare col fuoco, altre facendolo con determinazione. Come in Arabia Saudita, anche in Qatar esistono privati che continuano a finanziare organizzazioni terroristiche. Da decenni Riad finanzia in Asia e Africa scuole coraniche che diffondono il salafismo: la vera radice del cancro terroristico.

La ragione dell’iniziativa saudita non riguarda la lotta al terrorismo ma la geopolitica: Riad vuole normalizzare il Golfo. Già nel 2013 aveva spinto Hamad all’abdicazione: il vecchio emiro aveva cercato un ruolo regionale superiore alle capacità del Qatar. Il figlio Tamim è stato più attento, si è adeguato a quello che è un dato di fatto: non poteva essere un’alternativa alla vicina Arabia Saudita. Ma il nuovo emiro aveva mantenuto una certa autonomia e ripristinato le caratteristiche originali di mediazione dei conflitti nella regione che il Qatar aveva: continuando ad avere relazioni con i Fratelli musulmani e con l’Iran. Ma ora neanche questo è più ammissibile. Due settimane fa a Riad, Donald Trump aveva dato carta bianca al più reazionario dei regimi. Come dimostra la sanguinosa impresa yemenita, i sauditi non hanno capacità né cultura per assumere un ruolo guida. È difficile che Donald Trump sapesse delle intenzioni saudite: in Qatar c’è il comando avanzato di CentCom, il quartier generale della lotta a Isis e al Qaeda. E più probabile sia stata Riad ad aver frainteso il suo stesso potere. La cosiddetta Nato del Medio Oriente finisce qui. «Lotta al terrorismo» rimane uno slogan.

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