FALCHI & COLOMBE

Un’autorità europea contro il riciclaggio

di Donato Masciandaro

(Marka)

4' di lettura

Se è vero che bastano tre indizi - prima la Lettonia, poi l’Estonia, ora Malta - abbiamo la prova che alcuni Paesi Ue hanno controlli anti-riciclaggio inefficaci. Queste deficienze nazionali provocano due rischi che possono contagiare tutti: il rischio criminalità e il rischio instabilità finanziaria. L’unica risposta efficace è creare una Authority europea, che sia di natura finanziaria e indipendente. Ma quanti Paesi europei hanno davvero voglia di contrastare il flusso dei capitali illeciti? Se anche in questo campo ci sono dei “volenterosi”, sarebbe una bella occasione almeno per fare una conta.

Mercoledì l’Autorità bancaria europea (Eba), guidata da Andrea Enria, ha acceso i riflettori sulle carenze di Malta nel disegno dei controlli antiriciclaggio, prendendo spunto dal caso della Pilatus Bank. L’azione dell’Eba è meritoria, perché almeno costringe a riflettere su una tossina che inquina i canali bancari e finanziari europei, ma di cui spesso non si ha voglia di parlare: il riciclaggio dei capitali illeciti.

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Il riciclaggio per l’Unione europea – e non solo – è un fenomeno macroeconomico, globale e tossico. È macroeconomico perché in ogni Paese la domanda di riciclaggio è potenzialmente rilevante ed è correlata alla propensione che i cittadini di quel Paese hanno a violare le leggi: più violano le leggi, più non vogliono la trasparenza nei flussi monetari; ad esempio, in quei Paesi si ha una alta propensione a utilizzare a contanti (come è il caso dell’Italia). È globale, perché l’integrazione del sistema dei pagamenti ha nel tempo massimizzato la capacità di trasferire le quantità monetarie, riducendo sempre di più sia i vincoli spaziali che quelli temporali; tale capacità è destinata a crescere, anche per la crescente applicazione della tecnologia alla finanza (fintech). Ma se si massimizzano le quantità scambiate, senza guardare alla qualità dei capitali, negli stessi canali in cui scorre l’acqua pulita – i capitali leciti – finisce per scorrere anche l’acqua sporca – i capitali frutto di reato, dall’evasione fiscale, alla corruzione, alla criminalità organizzata. Infine è tossico, perché più il riciclaggio è efficace, più aumentano due rischi: criminalità, nel senso che chi compie reati può reinvestire, aumentando il suo peso rispetto alla parte onesta della comunità; instabilità finanziaria, in quanto la natura illecita dei capitali e del riciclaggio può intossicare anche i canali operativi, provocando dissesti. Il caso della lettone Ablv Bank è solo il caso più recente, e l’intreccio tra rischio riciclaggio e rischio prudenziale è stato ben messo in luce da Danièle Nouy, responsabile della vigilanza Bce, nonché dal presidente Mario Draghi, durante la sua ultima audizione al Parlamento europeo, lo scorso lunedì. Un intreccio che potrebbe riemergere anche nel caso della filiale estone della danese Danske Bank, la più grande del Paese, su cui l’attività investigativa è ancora in corso.

Il problema è che nell’Unione il contrasto al riciclaggio si continua ad affrontare con un approccio nazionale, eterogeneo e partigiano. E pertanto sbagliato. È nazionale perché i poteri e le responsabilità della politica anti-riciclaggio sono ancora strettamente nel perimetro delle sovranità nazionali. È eterogeneo perché i controlli anti-riciclaggio sono affidati ad autorità che possono avere una natura istituzionale di almeno tre tipi diversi: finanziaria, investigativa e giudiziaria. È partigiana perché di tali autorità non è sovente chiara l’indipendenza dalla politica da un lato e dai soggetti controllati dall’altro – le banche, ma non solo. La ragione è semplice: il politico vuol poter controllare la qualità dei capitali, sia per ragioni nobili sia - purtroppo - per ragioni ideologiche, o di consenso, o peggio di collusione con chi i capitali li ricicla. Combattere il riciclaggio può essere politicamente costoso. Tornando all’esempio del contante, è facile ricordare come nel nostro Paese i nostri esecutivi negli ultimi due decenni - a eccezione dell’esecutivo guidato da Mario Monti - hanno avuto una allergia ad affrontare il tema. Sarà interessante vedere ora l’atteggiamento del governo Conte.

Con un approccio sbagliato - l’approccio finora seguito dall’Unione - il coordinamento, anche con la ultima quinta direttiva, è destinato al fallimento. Il problema del riciclaggio è un caso di scuola sulla necessità di avere una Autorità europea ad hoc: occorre difendere beni pubblici comuni - legalità e stabilità - di fronte all’insufficienza dell’impegno - più o meno alto - dei singoli stati membri. Il disegno di questa futura Autorità dovrebbe essere connotato da almeno due caratteristiche: natura finanziaria e indipendenza. La natura finanziaria ottimizzerebbe la capacità di individuare i fenomeni di riciclaggio; l’indipendenza ne tutelerebbe efficacia e reputazione rispetto ai rischi di regulatory capture. Un esempio concreto in questo senso è l’Unità di informazione finanziaria per l’Italia (Uif), che è indipendente nel perimetro della Banca d’Italia; lo stesso potrebbe accadere per una futura Autorità europea anti-riciclaggio con la Bce. Ma c’è la volontà politica di farlo? Una iniziativa in questo senso potrebbe far emergere chi sono i “volenterosi”. E chi no.

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