la prefazione a «Draghi, falchi e colombe»

Un banchiere che ha saputo parlare alla politica

«Verrà ricordato per l’uso sapiente e bene argomentato di quello che è stato definito il bazooka della Bce, cioè l'immissione di liquidità sui mercati. Una politica monetaria che, tra l'altro, è servita anche all'Italia per limitare i danni di una congiuntura difficile e di un debito pubblico troppo elevato».

di Fabio Tamburini


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(Reuters)

4' di lettura

In una Italia messa sottosopra dai giri di valzer della politica c'è un nome che, a proposito o sproposito, viene spesso evocato in ambienti molto diversi: Mario Draghi, protagonista dell'epopea degli anni trascorsi alla guida della Banca centrale europea, è tra i pochi italiani che ha un patrimonio importante di credibilità e stima da spendere a livello internazionale. La scelta dell'interessato, almeno finora, è stata di respingere al mittente con grande cortesia dei modi ma altrettanta determinazione ogni tentativo di tirarlo per la giacchetta. In futuro si vedrà.

Opinione diffusa è che, prima o poi, dovrà cedere agli appelli di chi lo considera l'uomo giusto a cui affidare l'impresa più difficile: ridare slancio e spinta allo sviluppo di un Paese da troppo tempo ripiegato su se stesso. Le inchieste della magistratura, negli anni Novanta, hanno spazzato via la prima e la seconda linea dei partiti della Prima Repubblica. Poi, con il tramonto delle ideologie, hanno fatto la stessa fine anche gli stessi partiti. Destino non migliore ha avuto la Seconda Repubblica, contraddistinta da una mancanza di leadership che caratterizza l'intera società e non soltanto la politica. Nell'attesa di verificare se Draghi resisterà alle sirene che gli chiedono e gli chiederanno un impegno personale per un rilancio effettivo del Paese Italia, gli va dato atto che verrà ricordato come un presidente della Bce che ha lasciato il segno. E questo nonostante due handicap di partenza. Il più importante è di carattere strutturale. Logica avrebbe voluto che prima venissero gettate le fondamenta politiche dell'Europa unita e dopo si ponesse il problema della moneta e delle sue regole.

Esattamente il contrario di quanto è avvenuto con la partenza dell'Unione europea. Prima sono nati l'euro e la Bce, mentre l'Unione europea è rimasta sulla carta mantenendo la piena autonomia degli Stati. Draghi, di conseguenza, ha regnato mentre l'Europa era ancora da costruire. Per di più dovendo fare i conti con una congiuntura del tutto sfavorevole. L'esordio è stato nel 2011, quando ferite e lacerazioni della Grande crisi deflagrata nel 2007 erano ancora da rimarginare.

Il secondo handicap sono state le performance deludenti del suo predecessore, il francese Jean Claude Trichet. La critica nei suoi confronti è unanime, o quasi: avere sbagliato le ricette da applicare per il rilancio dell'economia europea. E, in particolare, la politica dei tassi. Di sicuro, con una scelta di cui gli va dato merito, Draghi non ha perso tempo avviando una inversione di tendenza netta rispetto alla gestione precedente sulla politica dei tassi d'interesse, come risulta ampiamente dagli scritti di Donato Masciandaro, pubblicati da «Il Sole 24 Ore» e raccolti in questo volume.

La scelta era indispensabile ed è risultata determinante per ridare fiato all'intera economia europea. L'Italia è stata tra i Paesi che ne hanno tratto giovamento ed è un altro motivo di riconoscenza nei suoi confronti. Ha saputo farlo superando le diffidenze, e anche l'opposizione aperta, di buona parte dei banchieri tedeschi e dei Paesi rigoristi del Nord Europa. Ciò è avvenuto dimostrando una dote aggiuntiva: il saper parlare il linguaggio della politica, come non sempre i banchieri sanno fare.

Per questo ha dovuto spendere il patrimonio di relazioni e credibilità accumulato negli anni. A partire dai rapporti preferenziali con i migliori rappresentanti dell'establishment americano, che ha ben conosciuto negli anni trascorsi con incarichi importanti in Goldman Sachs. Ma anche con il canadese Mark Carney, primo non britannico alla presidenza della Banca d'Inghilterra. Certamente è servito per dare forza alle posizioni coraggiose prese da Draghi nelle scelte d'intervento della Bce assicurando liquidità ai mercati in momenti straordinariamente difficili dell'economia europea, e non soltanto europea. Ma è altrettanto vero che proprio queste scelte coraggiose gli sono costate un rapporto dialettico, e in più di una occasione perfino conflittuale, con la Germania e buona parte dei Paese più rigoristi del Nord Europa. Draghi, gli va dato atto, non si è scomposto più di tanto e ha saputo tenere botta nel modo migliore. Verrà ricordato per l'uso sapiente e bene argomentato di quello che è stato definito il bazooka della Bce, cioè l'immissione di liquidità sui mercati.

Una politica monetaria che, tra l'altro, è servita anche all'Italia per limitare i danni di una congiuntura difficile e di un debito pubblico troppo elevato. Lo ha fatto arrivando a utilizzare il linguaggio della politica e un linguaggio nuovo. Il bilancio, per lui e per la Bce, è ampiamente positivo. Culminato nel gestire il delicato capitolo della successione. Alla fine è prevalsa Christine Lagarde, politica e avvocato francese, in passato al vertice del Fondo monetario internazionale. Il che significa la linea della continuità con le decisioni prese da Draghi durante il suo mandato. E soprattutto ha perso il partito dei rigoristi, che ha cercato di cogliere al volo l'occasione per una svolta in Bce, con l'obiettivo di far prevalere i falchi sulle colombe. Il problema vero, tuttavia, è un altro. Come hanno ben presente sia Draghi sia Lagarde, gli interventi di politica monetaria sono arrivati al capolinea. L'aumento della liquidità nel sistema non basta più. Ora serve altro. La grande sfida è far fare all'Europa un salto di qualità: la politica monetaria, in assenza del rilancio di un nuovo progetto europeo non riuscirà più nel ruolo sostitutivo e di supplenza.

Per ridare slancio all'Unione europea occorre puntare alto, ritrovare gli slanci e le emozioni che hanno permesso di sognare una Europa protagonista insieme ai colossi americani e cinesi. In caso contrario i Paesi europei, il mercato più importante dei consumi mondiali, dovranno rassegnarsi a essere terreno di conquista di Washington e Pechino. Non c'è scampo, al di là delle illusioni e della retorica dei sovranisti, uniti nelle critiche alla gestione Draghi della Bce ma per il resto divisi perfino tra loro.

L'alternativa è la fine ingloriosa del sogno europeo e un ruolo marginale dell'Europa sullo scacchiere internazionale. A una condizione: il sogno europeo dovrà essere rilanciato nell'interesse dei cittadini d'Europa e non solo dei Paesi dominanti.

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