Brevetto Enea

Un batterio restaura i marmi di Michelangelo

di Davide Madeddu

(Adobe Stock)

2' di lettura

Un gel con microrganismi, funghi, batteri e alghe per restaurare le opere d’arte. Dai musei vaticani a quelle di Michelangelo. A mettere a punto il progetto, che si basa su un brevetto depositato dall’Enea, un’equipe di biologhe impegnate nel centro di ricerche di Casaccia, alle porte di Roma. Proprio da questo centro e dalla selezione di 1.500 batteri presenti nell’archivio dell’agenzia di ricerca (selezione che comprende batteri, funghi, alghe e virus, e fa parte del Microbial Resource Research Infrastructure - Mirri) le ricercatrici hanno selezionato i tre ceppi batterici utilizzati per il restauro dei capolavori di Michelangelo nella Sagrestia Nuova delle Cappelle Medicee, a Firenze. Nello specifico i monumenti funebri di Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, e di Giuliano de’ Medici, duca di Nemours. Attraverso un processo biotecnologico che, grazie all'utilizzo di sostanze naturali e microrganismi consente «interventi di restauro molto precisi, sicuri e basso impatto ambientale», seguendo un sistema già utilizzato «con successo» su materiali lapidei nei Giardini Vaticani.

«La scelta dei batteri “giusti” da utilizzare è una delle fasi più delicate - dice la ricercatrice Anna Rosa Sprocati - . Per i capolavori di Michelangelo, in una prima fase abbiamo selezionato 11 ceppi batterici in grado di rimuovere i depositi selettivamente, senza lasciare residui e nel rispetto del marmo originale. Poi ne abbiamo individuati tre con le migliori performance di biopulitura e, fra questi, un microrganismo isolato dal suolo di una miniera sarda contaminata da metalli pesanti, molto efficace nella pulitura dell’arca marmorea del duca d’Urbino gravemente danneggiata nel passato dai processi di decomposizione, che avevano rilasciato depositi scuri lungo tutto il basamento».

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Prima di essere utilizzati sul marmo c’è stata l’immobilizzazione dei ceppi e batteri in uno speciale gel (il sistema è brevettato), in grado di conferire la giusta umidità e un’adeguata consistenza all’impacco. Poi l’applicazione sulle sculture, durata due giorni, con i microrganismi “adeguatamente affamati”, proprio per rendere più efficace l'azione oppure, secondo i casi, cresciuti su terreni studiati per potenziare le loro capacità. Il risultato 48 ore più tardi.

«Dopo due notti di questo trattamento, le macchie e i depositi sono stati rimossi senza lasciare residui, confermando le caratteristiche necessarie per una pulitura corretta quali selettività, gradualità e rispetto del marmo, peraltro danneggiato da precedenti puliture troppo drastiche - racconta Chiara Alisi, ricercatrice del Laboratorio di Osservazioni e Misure per l'ambiente e il clima dell'Enea -. Per questo motivo auspichiamo che l'approccio utilizzato nella Sagrestia Nuova di Michelangelo divenga modello di restauro innovativo e sostenibile, che fonde storia dell'arte, restauro e scienza”.

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