Interventi

Un cambio di mentalità sul salario “calibrato”

di Andrea Goggi

3' di lettura

Egregio direttore,
L'annuncio del Commissario europeo al Lavoro Nicolas Schmit durante la giornata finale di «Futura», a Bologna, sottolinea un aspetto a mio avviso importante: la proposta direttiva sul salario minimo presentata “ rispetta le tradizioni e i modelli nazionali”.
Bene. Al di là delle prese di posizione delle parti sociali (il sindacato ha ribadito che il salario minimo sul quale sono aperti al dialogo è quello dei minimi contrattuali, non altri, ad esempio) affinchè la frase di Schimt si concretizzi, occorre tenere presente due aspetti nel tentativo di costruire un mercato del lavoro moderno, innovativo, inclusivo e che bilanci esigenze delle imprese e diritti di chi lavora: da un lato i cambiamenti fanno sempre storcere il naso a una quota parte refrattaria alle novità, ma non per questo possiamo rinunciare ad apportare anche modifiche strutturali al sistema. Dall'altra non possiamo dimenticare che in Italia esistono tanti territori, che esprimono economie locali molto differenti.Ogni ragionamento su politiche attive, salari minimi e flessibilità non può prescindere da queste premesse.
Temo però che il dialogo sia inficiato da un'equazione distorta di fondo: flessibilità come precarietà.
Se quest'ultima è da condannare e si porta dietro una serie di rischi per il lavoratore, ma anche enormi limiti perla crescita delle imprese e del Paese, il primo elemento dell'equazione, la flessibilità, è fin troppo bistrattata.
Un mercato del lavoro efficiente, capace di reimmettere nel flusso occupazionale anche chi il lavoro lo perde a 50 anni, riattivando i milioni di giovani neet che aspettano sul divano, che possa salvaguardare la sicurezza dei lavorati senza dumping salariale, è costruibile solo - in queste condizioni- da una forte cultura del lavoro e da molta, molta flessibilità.
Le aziende hanno bisogno di muoversi senza appesantirsi e gli strumenti per evitare la giungla senza rinunciare alla flessibilità ci sono. Vanno solo approcciati con una cultura del lavoro maggiore da una parte e dall'altra.
Da operatore del settore, avendo introdotto in Italia una piattaforma che gestisce in modo digitale lavoro temporaneo, ho visto di tutto: lavoratori disposti a tutto pur di lavorare e “sdraiati” in attesa del posto fisso. Ma ho visto anche imprenditori senza scrupoli proporre salari orari da terzo mondo e altri invece accettare un modello etico che già propone, in Italia un compenso minimo, sotto il quale la piattaforma stessa non permette di andare.
Come si vede dunque, spesso le piattaforme che consentono di incrociare domanda e offerta di lavoro in modo flessibile sono state individuate come l'origine del male (o come complici di “padroni senza scrupoli”) ma a una attenta analisi non deve sfuggire quanto queste, come idea di fondo, possano invece rappresentare un veicolo virtuoso e sicuro per favorire l'occupazione, uno strumento di modernizzazione del mercato e una vera alternativa alle reali piaghe del mercato del lavoro, il nero e il dumping salariale.
Come ha recentemente dimostrato anche uno studio condotto da Andrea Garnero, economista Ocse e di Claudio Lucifora, docente all’università Cattolica di Milano, il dunping sul salario nutre il sottobosco di contratti pirata, soprattutto in territori più a rischio, con imprese fragili e poco produttive. Lo stesso studio evidenzia che un aumento del 10% di lavoratori sottopagati produce un aumento dell’occupazione di appena il 2%. E di più: se la percentuale dei sottopagati è ampia, si inverte la rotta, producendo ancora più disoccupazione.
Costruire un mercato del lavoro inclusivo, aperto ed etico vuol dire da un lato combattere storture come il dumping salariale, dall'altro entrare nell'ordine di idee che flessibilità non vuol dire precarietà. Vuol dire, in sostanza, cultura del lavoro.
Va inoltre tenuto conto che il concetto di salario minimo andrebbe rivisto, per cominciare, a favore di un salario calibrato.
Il salario calibrato, a differenza del salario minimo, riflette le sfumature delle economie locali perché è definito a livello cittadino, tiene conto dei costi locali di cibo, abitazioni, cure mediche, servizi e di una vasta gamma di variabili aggiuntive.
Un ragionamento in questa direzione eliminerebbe molte storture e incongruenze generate da misure universalistiche un tanto al chilo come il reddito di cittadinanza. E avrebbe un altro effetto sulle politiche attive: da un lato eliminerebbe gli alibi giusti o sbagliati che siano di chi rifiuta un impiego perché retribuito male, dall'altro stanerebbe gli imprenditori sfruttatori.
Un cambio radicale, culturale, prima che una scelta politica ma forse più aderente ai colori locali e alle sfumature di cui il Paese è ricco.

Andrea Goggi – CEO & Founder di Jobby

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