UNO SCRITTORE E IL SUO LUSSO

Un caveau amico dei ricordi: è il mio rifugio antiatomico dove conservo le cose più care

Le fotografie di famiglia. Gli stessi mobili di legno, trasportati in ogni nuova casa. In che modo gli oggetti di cui ci circondiamo raccontano di noi.

di Abraham B. Yehoshua

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Abraham B. Yehoshua.

5' di lettura

Non nutro un attaccamento molto forte verso gli oggetti, nemmeno nei confronti di quelli che solitamente le persone si portano appresso dall'infanzia, così come non ho conservato i primi regali di mia madre, come tante persone, invece, comunemente fanno. Non colleziono penne, quaderni o notebook in pelle sui quali scrivere annotazioni o appunti quando mi vengono idee per un romanzo. Ammetto serenamente di non avere mai sviluppato un rapporto di spiritualità con le cose: è un bene, un male? Non saprei. Più che guardare a un oggetto in modo romantico, sentimentale, preferisco pensare alla sua funzionalità, a come lo posso usare. Non ho nemmeno bisogno di averne uno in particolare sulla scrivania o di raccoglierne alcuni che poi possano tornarmi utili nelle descrizioni da inserire dentro i miei romanzi. So che tanti autori lo fanno, io, invece, non ho mai neppure voluto mettere da parte le prime macchine da scrivere con i tasti che emettevano tutto quel rumore, tanto è vero che sono passato subito al computer, senza nostalgia.

Nel corso della mia lunga vita, arrivata all'età di 85 anni, ho cambiato casa poche volte, le più importanti sono state le abitazioni in cui ho vissuto ad Haifa, e poi c'è stato l'ultimo spostamento a Tel Aviv, dove adesso vivo più vicino ai miei figli e nipoti: è sempre stata mia moglie Rivka a prendersi cura delle nostre cose. A lei, che svolgeva la professione di psicoanalista, ho sempre delegato il compito di occuparsi di quello che ci apparteneva, una missione che, per la verità, svolgeva volentieri e assai egregiamente. Però non siamo mai stati materialisti: le mie carte, ma anche la corrispondenza con scrittori, uomini di lettere, politici importanti di tutto il mondo, non mi appartengono, non le posseggo fisicamente visto che le ho donate all'archivio della National Library of Israel. Però confesso di essere stato una frana nel conservare questi testi spesso preziosi. È il caso di una lettera del grande filosofo ebreo Gershom Scholem che ho smarrito chissà come e dove.

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Invece sono stato attentissimo a tenere in ordine e a non perdere le nostre fotografie. Questi sono gli oggetti più cari, soprattutto adesso che mia moglie non c'è più, hanno acquisito un valore altissimo per me. Noi ce ne siamo sempre scattate tante, soprattutto lei era tanto appassionata e ci obbligava a restare a lungo in posa. Io e i nipoti perdevamo presto la pazienza. Però adesso penso sia stata una fortuna che abbia insistito perché possiedo un patrimonio iconografico familiare sterminato. Anche il posto in cui le conservo è prezioso per me: si tratta del rifugio antiatomico, quella stanza dotata di pareti solide in grado di resistere ad attacchi di gas che, per legge, deve esserci in ogni edificio israeliano di nuova costruzione. Ebbene, questa camera è interamente ricoperta dalle fotografie della famiglia, in pratica dormo circondato da pile di immagini alte anche alcuni centimetri, ed è come se ogni persona che mi è ed è stata intima sia lì con me. All'inizio ci andavo perché russavo troppo e mia moglie non lo sopportava, oppure quando lei, che amava leggere e restava sveglia sino a oltre mezzanotte, mi impediva di chiudere gli occhi, visto che io non amo la luce durante la notte e ho bisogno del buio più assoluto.

Questa stanza è un luogo di salvezza secondo le prescrizioni della legge, ma per me adesso è anche un caveau di ricordi, nei quali mi sembra di rivivere i momenti più significativi e anche quelli quotidiani della mia vita, del matrimonio, dei viaggi, le occasioni più importanti che ho condiviso con i figli. Ora che ci rifletto, devo ammettere che in questo rifugio, in questo shelter segreto e intimo, hanno trovato posto anche le benemerenze, i premi letterari che mi hanno assegnato nel corso della mia carriera di scrittore. Non ho mai voluto che un estraneo, entrando in casa, s'imbattesse in quegli attestati, anche per un senso di pudore nei confronti degli altri.

Ho sempre amato camminare nel deserto, nei parchi di Israele, adesso lo faccio di meno perché la salute non sempre me lo permette. Ad Haifa il nostro appartamento si trovava praticamente dentro un wādī, il letto asciutto di un fiume, e per accedere all'abitazione dovevamo scendere più di un centinaio di gradini, ci impiegavamo lo stesso tempo che serviva per andare alla banca della città. Non raccoglievo pietre o rami perché facevano parte della casa, la nostra abitazione era incastonata nella natura, ne era un membro effettivo.

Però ho sempre amato il legno. Avere oggetti fatti di questo materiale mi regala un senso di serenità e, al tempo stesso, di solidità. Posseggo da tutta la vita gli stessi mobili: tavoli, sedie e credenze in stile bretone e in rovere rustico. Può trasmettere una sensazione strana trovarseli di fronte in un appartamento al 21° piano di un grattacielo poco distante dal centro di Tel Aviv, ma ho voluto portarli con me anche in questo trasloco, che probabilmente sarà l'ultimo della mia esistenza. Avere intorno gli stessi mobili da una vita intera è un po' come portarsi appresso, in ogni luogo, le proprie radici. Io ci tengo moltissimo, mi fanno compagnia dal 1966 quando li ho acquistati a Parigi. Sono pezzi solidi, scuri, io e mia moglie ce ne innamorammo a prima vista. Quando un estraneo veniva in casa per parlarmi in privato, lei, appena se ne andava, mi chiedeva se aveva fatto osservazioni sulla nostra abitazione e sullo stile degli arredi, voleva sapere l'opinione degli altri su quei pezzi antichi, pezzi che ho rivisto raramente, se non in alcuni minuscoli borghi della campagna francese.

Non so che cosa accadrà quando morirò, non credo che i miei figli vorranno conservarli o che li porteranno nelle loro case, probabilmente scompariranno. Ma adesso non è ancora arrivato quel momento. Adesso questi mobili stanno ancora con me e trasmettono forza anche al solo guardarli: quando li tocco sento scorrere la mia vita tutta d'un fiato. Penso che il contatto con questi tavoli e queste sedie, insieme alle fotografie, siano le cose più preziose che possiedo. Più importanti dei libri, più dei riconoscimenti, perché quando sto con loro sento che Rivka mi è vicina, che il passato non è un nemico da fuggire, ma un compagno, anche se nostalgico, con cui trascorrere un po' di tempo.

(Abraham B. Yehoshua è uno scrittore e drammaturgo israeliano, nato a Gerusalemme da una famiglia d'origine sefardita. Ha insegnato nelle università statunitensi di Harvard, Chicago e Princeton e Letteratura comparata presso l'Università di Haifa. Il suo primo libro è stato una raccolta di racconti, Mot Hazaken (La morte del vecchio), edito nel 1962. Tra i suoi romanzi più famosi, L'amante (1977), Un divorzio tardivo (1982), Il signor Mani (1990) e Viaggio alla fine del millennio (1997), tutti pubblicati da Einaudi, come la sua ultima opera, Il tunnel, edita nel 2018).

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