arte

Il Novecento italiano in un Centro a Lecce

La Fondazione leccese apre al pubblico le sue raccolte

di Ada Masoero

4' di lettura

Veder nascere, in questi tempi bui, un nuovo luogo per la cultura e l’arte è una notizia che, da sola, porta un po’ di luce. Se poi il luogo nasce con un intento non autocelebrativo (talora accade) ma sinceramente didattico, lo è doppiamente.

Parliamo della Fondazione Biscozzi|Rimbaud, un «centro delle arti» inaugurato in questi giorni a Lecce dopo numerosi rinvii dovuti alla pandemia, che non solo condivide con la collettività una selezione di opere della raccolta d’arte formata in 40 anni dalla coppia di collezionisti (Luigi Biscozzi, famoso fiscalista scomparso nel 2018, e Dominique Rimbaud, moglie e compagna nell’avventura collezionistica), ma mette a disposizione una biblioteca specializzata nelle arti visive del nostro tempo, due sale studio, spazi per la didattica e stanze per le mostre temporanee (per le quali il direttore artistico della Fondazione e curatore della collezione, Paolo Bolpagni, ha già avviato contatti internazionali) e, alla sommità, una grande terrazza, pensata – spiegano Fabrizio e Marco Arrigoni, progettisti del rispettoso recupero architettonico della palazzina - per accogliere «eventi non ordinari».

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Le opere esposte sono una settantina, di caratura diversa ma tutte esemplificative del periodo tra gli anni ‘50 e ‘80 del ‘900: «non sono presenti tutti i linguaggi artistici di quel periodo, però – precisa Dominique Rimbaud, presidente della Fondazione, che porta avanti il progetto concepito con il marito - bensì una sezione di quella che si chiamava arte astratta. A un certo punto capimmo che certe opere che avevamo acquistato non ci “parlavano” e vendemmo, per esempio, lavori della Transavanguardia, movimento allora molto importante ma che non ci procurava quel coup-de-cœur che noi cercavamo nelle nostre opere. Neanche l’Arte Povera era fra le nostre passioni, sebbene ci sia in collezione un lavoro di Zorio. Man mano che i nostri obiettivi si chiarivano, abbiamo circoscritto il campo a certe aree e certi autori».

Nelle 12 sale e salette del percorso, al primo piano di un edificio che fece parte di un antico monastero demolito nel passato, sfilano opere di Enrico Prampolini, Josef Albers, Alberto Magnelli, Luigi Veronesi, Fausto Melotti, Alberto Burri, Piero Dorazio, Renato Birolli, Tancredi Parmeggiani, Emilio Scanavino, Pietro Consagra, Kengiro Azuma, Dadamaino, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Mario Schifano, Angelo Savelli (l’artista calabrese nato nel 1911 e scomparso nel 1995, vissuto tra l’Italia, Parigi e New York, cui è dedicata la prima mostra temporanea) e altri autori oggi meno noti ma rispondenti al gusto e al progetto dei collezionisti. Un progetto, scrive Bolpagni, che è stato guidato da uno sguardo volutamente personale (all’inizio, addirittura «dall’intrusione del caso», minimizzava Luigi Biscozzi, ricordando che i suoi primi acquisti furono due litografie di Renzo Vespignani e Ugo Attardi, artisti a lui allora ignoti, acquistate nel 1969 da un venditore di libri porta a porta) ma che nel momento in cui, nella coppia, ha preso forma l’idea di condividere la collezione con il pubblico, si è orientato all’acquisizione mirata di opere che fossero una sorta di trait d’union tra l’arte di oggi e quella che l’ha preceduta. Così, negli ultimi mesi di vita di Luigi Biscozzi, sono entrati in collezione un dipinto del 1931 di Filippo de Pisis («meditazione – scrive il curatore - sull’eredità dell’impressionismo e dell’espressionismo francesi»), e una piccola terracotta del 1946 di Arturo Martini «dall’essenzialità primitiva, [fino] alle soglie dell’astrazione». E, poco dopo la sua scomparsa, due carte di Luigi Veronesi: «negli anni ’80 mio marito cercava dei lavori di Veronesi del 1930-1940 - ricorda Dominique Rimbaud -. Incontrammo anche l’artista ma lui non ne possedeva più. Poi, poco dopo la sua scomparsa, Paolo Bolpagni mi telefonò, dicendomi che aveva scoperto due bellissime carte del 1936 e del 1942. Sembrava che ci avessero cercati, e oggi sono esposte a Lecce».

Lecce

La scelta della città, non è certo casuale ma è «il compimento di un ciclo di vita»: Luigi Biscozzi (1934-2018) era nato a Salice Salentino, ma a Lecce si era formato, prima di laurearsi alla Bocconi di Milano e avviare qui una fortunata carriera. La Fondazione (interamente finanziata dalla coppia) è dunque stata pensata per saldare un «debito di riconoscenza» verso il Salento.

Eppure, ripeteva il collezionista, tutto era iniziato «per caso, senza alcuna pretesa, né particolare competenza o scopo specifico». Luigi Biscozzi aveva però dalla sua una fortissima curiosità intellettuale. E a Milano, in Brera, c’era il Jamaica, il bar dove poteva incontrare i fotografi Ugo Mulas, Mario Dondero, Alfa Castaldi e gli artisti che ruotavano intorno a Lucio Fontana, Piero Manzoni innanzitutto. Con il consueto understatement lui sosteneva di non aver capito nulla, allora, di ciò che stava accadendo. Improbabile, ma a quel punto entra in gioco la futura moglie, Dominique Rimbaud, giovane legale conosciuta a Parigi nella multinazionale in cui entrambi, nel 1970, lavoravano. Lei, nata in una famiglia colta e appassionata di arte, era cresciuta nel clima culturalmente molto vivace della Provenza degli anni ’50-’60, dove, tra Ménerbes, Gordes e Bonnieux, vivevano o soggiornavano lungamente artisti come Picasso e Nicolas de Staël. «Quando giocavo, la mia palla finiva spesso nel giardino contiguo, di Dora Maar - ricorda oggi -. C’erano poi galleristi internazionali come i fratelli Gimpel, e mio padre mi trascinava letteralmente, con i miei fratelli, a visitare musei, mostre, gallerie. Posso dire che l’estrema curiosità di mio marito, sommata alla formazione che io avevo ricevuto, sia stata la scintilla che ha fatto scoccare in noi la volontà di circondarci di opere scelte. Per metterle poi a disposizione di tutti».

Fondazione Biscozzi|Rimbaud, Lecce, Catalogo a cura di Roberto Lacarbonara, Silvana Editoriale

Riproduzione riservata ©

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