Arte

Un Colosso greco a Manhattan

di Lucio Russo

. «La Statua della Libertà» di New York, opera del francese Frédéric Auguste Bartholdi (1886)

5' di lettura

La Statua della Libertà, donata dalla Francia agli Stati Uniti d’America come simbolo dei comuni valori conquistati dai due popoli con le loro rivoluzioni e inaugurata nel 1886, è uno dei monumenti più famosi del mondo ed è stata spesso considerata un simbolo della modernità, oltre che degli Stati Uniti; può perciò fornire un esempio significativo del tipo di influenza esercitata dalla cultura classica su quella moderna. L’idea di porre presso un porto una statua colossale, visibile da lontano ai naviganti in arrivo, risale all’epoca ellenistica. Era stata realizzata a Rodi nel 293 a.C., con l’erezione del famoso Colosso, alto circa trentatré metri, opera di Carete di Lindo, allievo di Lisippo. Lo scultore francese Auguste Bartholdi (1834 - 1904), autore della Statua della Libertà, l’aveva concepita sul modello del Colosso di Rodi? O meglio: del suo ricordo tramandato dalle fonti a lui accessibili?

In effetti l’opera di Bartholdi riprende dall’antico precedente non solo l’idea generale di un monumento enorme, offerto alla vista dei viaggiatori in arrivo dal mare, e quella particolare di realizzarla sovrapponendo a una base formata da un parallelepipedo di marmo una statua metallica cava rinforzata da barre di ferro all’interno (come sappiamo dalla principale fonte sull’antico Colosso, ovvero l’opera De septem orbis spectaculis, che era stata attribuita a Filone di Bisanzio), ma anche le due caratteristiche del Colosso tramandate dalla tradizione: la testa raggiata e il fuoco (una torcia o un braciere) innalzato dalla statua.

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La prima caratteristica era quasi certamente presente nel Colosso, che era una raffigurazione del dio Sole (la divinità protettrice di Rodi), generalmente rappresentato con la testa sormontata da punte che simboleggiavano i raggi solari. La tradizione secondo la quale il Colosso avrebbe svolto anche la funzione di faro, grazie al fuoco innalzato dalla statua, non ha riscontri nelle fonti antiche oggi disponibili, ma era diffusa sin dal medioevo, trasmessa da molti scritti e raffigurazioni e comunemente accolta nell’Ottocento. La corrispondenza tra l’opera moderna e il suo antico modello avrebbe dovuto riguardare anche quest’uso. Bartholdi aveva infatti previsto che la Statua della Libertà fosse utilizzata come faro, grazie all’illuminazione elettrica della torcia, ma la luce emessa si rivelò troppo debole a questo scopo. L’unica novità della figura moderna sembra il pesante drappeggio (peraltro di foggia classica) che ne riveste pudicamente il corpo fino ai piedi.

Possiamo chiederci se vi sia qualche relazione anche tra i valori simbolici dei due monumenti. Nel caso della statua moderna il significato simbolico è del tutto chiaro ed è sintetizzato nel suo nome ufficiale, La Liberté éclairant le monde, ossia La Libertà che illumina il mondo. Perché era stato costruito il Colosso? Nel 305 a.C. Antigono Monoftalmo (uno dei generali che ambiva a succedere ad Alessandro Magno e all’epoca controllava tutta la parte asiatica di quello che era stato il suo impero) aveva cercato di conquistare l’isola di Rodi inviando una potente flotta al comando di suo figlio Demetrio detto Poliorcete (ossia espugnatore di città): duecento navi da guerra e centosessanta da carico, che trasportavano quarantamila armati e poderosi ordigni di guerra. I Rodii resistettero a un lungo assedio e costrinsero i nemici a ritirarsi, conquistandosi la fama di difensori della libertà e dell’autonomia in tutte le città greche che non volevano essere assorbite dalle grandi monarchie eredi dell’impero di Alessandro. Fu dopo quella vittoria che si decise di innalzare il Colosso, finanziandolo con la vendita delle macchine da guerra abbandonate dal nemico. Il significato dell’opera è chiarito dalla sua iscrizione dedicatoria, conservata nell’Antologia Graeca: «A te, o Sole, gli abitanti di Rodi dorica/ Hanno innalzato all’Olimpo questo colosso di bronzo,/ quando, placate le onde della guerra,/ coronarono la patria con le spoglie dei nemici./ Non solo sul mare, ma anche sulla terra l’eressero/ come splendido lume di libertà dalla schiavitù./ Perché ai discendenti di Eracle spetta il dominio sulla terra e sul mare».

Non vi è dubbio che la moderna statua colossale con la testa raggiata, progettata per essere innalzata presso il mare per raffigurare «la Libertà che illumina il mondo», avesse riprodotto l’antico modello, così come era presentato dalla tradizione, non solo nella struttura, nella funzione pratica e nei dettagli costruttivi e iconografici, ma anche e soprattutto nel valore simbolico dell’antico «splendido lume di libertà» (parole dell’iscrizione che potrebbero avere originato la tradizione della torcia innalzata dalla statua).

Per i tanti emigranti che nel primo Novecento sbarcavano negli Stati Uniti a Ellis Island la Statua della Libertà era la prima immagine significativa del Nuovo Mondo. Era però un’immagine difficilmente comprensibile. Se infatti, come in genere avviene, si ignora, si dimentica o si considera una curiosità erudita irrilevante l’antico modello, bisogna rassegnarsi a non capire il familiare monumento: la testa raggiata, in particolare, diviene del tutto incomprensibile, originando interpretazioni forzate e poco plausibili.

Naturalmente non voglio sostenere che Bartholdi abbia fatto bene a ispirarsi al Colosso di Rodi, ma solo che, dato che l’ha fatto, se ignoriamo il suo modello non possiamo comprendere pienamente le caratteristiche della Statua della Libertà.

Il caso della Statua della Libertà può essere assunto come simbolo della condizione di tutta la cultura occidentale, che si è formata attingendo in modo essenziale a fonti classiche e spesso è incomprensibile a chi le ignora. In una serie di prossimi articoli cercherò di mostrare con esempi come il debito dell’Occidente verso la civiltà classica sia ben superiore a quello usualmente riconosciuto. In primo luogo, infatti, la civiltà classica non ha influenzato solo, come molti sembrano credere, la cultura oggi considerata “umanistica”, ma ha permeato in profondità tutti gli aspetti della cultura europea, a partire da concetti usuali assorbiti attraverso il lessico. Inoltre, e questo è forse il punto più importante, il luogo comune secondo cui nel mondo classico dovremmo vedere “le radici” della moderna civiltà occidentale fornisce un’immagine del tutto inadeguata. I moderni, infatti, non hanno usato semplicemente la cultura classica come base sulla quale costruire la propria, ma hanno continuato ad attingere in modo essenziale al serbatoio di idee fornito dalle antiche fonti almeno fino all’inizio del XX secolo. Se si abbandona lo studio delle opere classiche, si deve quindi rinunciare anche a capire la storia della cultura moderna. Non si tratta solo, né principalmente, della circostanza, spesso sottolineata, che le principali opere europee, fino all’inizio del XVIII secolo erano scritte in latino, ma di una dipendenza culturale ben più profonda. Non si può, in particolare, comprendere la cosiddetta “rivoluzione scientifica” del XVII secolo ignorando, come spesso si è fatto, le fonti greche studiate intensamente da tutti gli scienziati dell’epoca, né si può capire l’origine di molte idee entrate successivamente nella scienza moderna (ad esempio l’idea del caos molecolare o quella della selezione naturale) se si dimenticano le antiche fonti che le hanno suggerite. Allo stesso modo il pensiero politico moderno diviene incomprensibile ignorando le fonti greche studiate dai padri delle moderne democrazie. Anche gli sviluppi moderni della logica e della linguistica divengono incomprensibili se si trascura il pensiero stoico.

Oggi in Italia si può conseguire una laurea magistrale in giurisprudenza superando un solo esame di tipo storico, scelto tra storia del diritto romano e storia del diritto moderno. Non si capisce, però, come, ignorando il diritto romano, si possa studiare seriamente il diritto dei secoli dell’età moderna in cui nei tribunali faceva testo il Corpus juris civilis di Giustiniano. D’altra parte la cultura classica (la cui conoscenza, a partire dai paesi anglofoni, si è progressivamente diradata, tendendo a concentrarsi in pochi gruppi di specialisti) ha progressivamente diminuito la sua importanza come fonte degli intellettuali occidentali nel corso del Novecento e quindi può sembrare che possa essere giustamente trascurata da chi non è interessato alla storia, né antica né moderna. Ci si può però chiedere quale relazione vi sia tra l’indebolirsi della cultura classica nel corso del Novecento e quel regresso culturale del mondo occidentale di cui oggi molti sono consapevoli.

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