l’analisi gimbe

Un contagio su dieci tra medici e infermieri, in trincea con mascherine inadatte e pochi tamponi

In Italia sono 4.824 i professionisti sanitari che hanno contratto un'infezione da coronavirus, pari al 9%, una percentuale più che doppia rispetto a quella cinese del 3,8%

di Marzio Bartoloni


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3' di lettura

Il dato è eclatante e non ha eguali all’estero, Spagna a parte. Nel nostro Paese ormai quasi un contagiato su dieci indossa il camice bianco: è un medico, un infermiere o un altro dei tanti operatori sanitari impegnati nella battaglia contro il Covid. Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia dall'inizio dell’epidemia sono 5.211 i professionisti sanitari che hanno contratto un'infezione da coronavirus, pari al 9% del totale delle persone contagiate, una percentuale più che doppia rispetto a quella cinese del 3,8%. Senza parlare delle vittime salite ora a venti. Un problema che condividiamo con la Spagna, dove addirittura il personale sanitario contagiato sfiora le 10mila unità, pari a circa un positivo su sei.

Alla base di questo boom di contagiati che secondo la fondazione Gimbe che ha appena realizzato un’analisi è sottostimato, c’è molto probabilmente la mancata esecuzione dei tamponi a tutti gli operatori sanitari. Ma Gimbe nella sua analisi sottolinea anche l’utilizzo non adeguato delle mascherine, in particolare il ricorso a quelle chirurgiche che non protegerebbero a sufficienza gli operatori a contatto con i pazienti Covid 19.

Operatori sanitari non preparati a dovere
La denuncia del presidente Gimbe, Nino Cartabellotta è molto netta: «Un mese dopo il caso 1 di Codogno i numeri dimostrano che abbiamo pagato molto caro il prezzo dell’impreparazione organizzativa e gestionale all’emergenza: dall’assenza di raccomandazioni nazionali a protocolli locali assenti o improvvisati; dalle difficoltà di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale (Dpi), alla mancata esecuzione sistematica dei tamponi agli operatori sanitari; dalla mancata formazione dei professionisti sanitari all'informazione alla popolazione». Tutte queste attività, inclusa la predisposizione dei piani regionali, erano previste dal “Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale” predisposto dopo l'influenza aviaria del 2003 dal ministero della Salute e aggiornato al 10 febbraio 2006. «È inspiegabile – continua il Presidente – che tale piano non sia stato ripreso e aggiornato dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, lo scorso 31 gennaio».

Il nodo tamponi
Ma l’altro nodo è quello dei tamponi. In un primo momento le regole decise dall’Iss prevedevano il tampone solo agli operatori sanitari con sintomi. Da qualche giorno il cambio di rotta: i tamponi vanno estesi - secondo il Comitato tecnico scientifico - anche agli operatori sanitari asintomatici che sono venuti a contatto con pazienti Covid 19 . Ma questo potrebbe non bastare e infatti diverse Regioni (dal Veneto alla Toscana) hanno deciso di estendere i tamponi a tutto il personale sanitario senza distinzioni. Ma intanto il contagio nelle corsie si è diffuso: «La mancanza di policy regionali univoche sull'esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari, conseguente anche al timore di indebolire gli organici – spiega Cartabellotta – si è trasformata in un boomerang letale. Infatti, gli operatori sanitari infetti sono stati purtroppo i grandi e inconsapevoli protagonisti della diffusione del contagio in ospedali, residenze assistenziali e domicilio di pazienti».

Mascherine chirurgiche non adeguate
C’è poi un problema mascherine, dovuto al fatto oggettivo che c’è una carenza sopratutto di quelle che proteggono di più (Ffp2 e Ffp3). Le linee guida Iss per gli operatori sanitari del 14 marzo che riprendono quasi interamente le raccomandazioni pubblicate dall’Oms il 27 febbraio 2020, suggeriscono anche il ricorso alle mascherine chirurgiche per quei medici che assistono e accedono alle stanze con pazienti Covid (quelle Ffp2 e Ffp3 invece sono indicate per chi compie operazioni direttamente sui pazienti) . Una impostazione questa che secondo Gimbe ha una distorsione di fondo: le raccomandazioni si basano sul presupposto che le scorte mondiali sono insufficienti, ma tarando al ribasso le protezioni si mettono a rischio contagio gli operatori . «Le evidenze scientifiche – sottolinea Claudio Beltramello, medico igienista e membro Gimbe ed ex collaboratorte Oms – dimostrano che in setting assistenziali le mascherine chirurgiche non proteggono adeguatamente professionisti e operatori sanitari. Infatti, sin dall'inizio dell'epidemia Istituzioni ed esperti indipendenti ribadiscono che la mascherina chirurgica non conferisce sufficiente protezione ai soggetti sani che vengono a contatto con un soggetto infetto».

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