gli impatti sul business

Un contratto su tre finisce sotto la lente: mercato da 24 miliardi

di Laura Galvagni


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(Fotolia)

3' di lettura

È una sentenza che rischia di accendere un faro, con implicazioni ancora tutte da chiarire, su uno dei pilastri chiave del business vita in Italia, ossia le polizze di Ramo III. La sentenza della Cassazione, disciplinando un rapporto che coinvolge una società fiduciaria come soggetto intermediario, stabilisce difatti che non può essere definita polizza vita un contratto che sostanzialmente scarica il rischio performance sull'assicurato. Per la Suprema corte si può parlare di polizza assicurativa sulla vita solo nel caso in cui il rischio legato all'evento avente ad oggetto l'esistenza dell'assicurato sia a completo appannaggio dell'assicuratore. Diversamente si tratta di un contratto di investimento che, per sua stessa natura, opera all'interno di regimi fiscali e successori ben diversi da quelli di una polizza.

Ania, l'associazione che riunisce le principali compagnie assicurative italiane, interpellata dal Sole 24 Ore sul tema, ha risposto che la sentenza, evidentemente, necessita di un'analisi approfondita. Più in particolare, il presidente Maria Bianca Farina ha precisato che «senza entrare nel merito giuridico della sentenza, che ovviamente andrà attentamente analizzata e scrupolosamente applicata, Ania rileva che le polizze Ramo III, non solo in Italia, stanno assumendo un ruolo crescente nel portafoglio delle famiglie italiane perché in grado di combinare profili di investimento con coperture di tipo strettamente assicurativo. Non a caso si è sviluppata negli anni recenti la tendenza a prodotti ibridi, in cui le polizze di Ramo III sono offerte insieme a quelle più tradizionali a capitale garantito per offrire ai risparmiatori un prodotto non replicabile dagli asset manager e dalle banche».

Trend in crescita
In effetti, come si diceva, questo genere di contratti assicurativi ha conosciuto negli ultimi anni un exploit assai rilevante, tanto da diventare uno dei canali di sviluppo chiave del business vita. Basta guardare i dati più recenti per capirlo. Nel mese di febbraio la nuova produzione Vita ha raggiunto quota 7,8 miliardi e, di questi, 5 miliardi sono polizze tradizionali mentre ben 2,7 miliardi sono di Ramo III. Il che significa che il loro peso è ormai prossimo al 35% del giro d'affari del segmento. Peraltro quasi tutte le compagnie hanno centrato la propria strategia sull'offerta di questo genere di prodotti. Prodotti che nel 2016, su 102 miliardi di euro di premi vita complessivi, valevano ben 24 miliardi di euro, nel 2015 erano addirittura il 28% del totale, ossia oltre 32 miliardi. Insomma questo genere di polizze, rappresentate principalmente dalle unit linked, sono un pilastro fondamentale del business assicurativo.

Le riserve dell’Ivass
Un pilastro, tuttavia, sul quale ha espresso le proprie riserve anche il presidente dell'Ivass, Salvatore Rossi, in una recente intervista. Rossi, parlando dell'annosa questione dei bassi tassi di interesse ha sottolineato che in questo contesto le imprese «tendono a privilegiare polizze molto finanziarie e poco assicurative». Questo genere di offerta però, ha aggiunto il numero uno dell'Autorità, «snatura l'essenza del prodotto assicurativo». Al punto che, a suo parere, neppure le compagnie sono soddisfatte di questa situazione poiché «la vera funzione delle assicurazioni è quella di trasferire un rischio dal singolo assicurato a tante teste, mutualizzandolo».

La sentenza della Cassazione a questo punto andrà sicuramente a riaccendere il dibattito sul tema che non potrà prescindere da alcuni aspetti fondamentali: la rilevanza del Ramo III per l'industria assicurativa del Paese, il peso significativo di questo genere di prodotti nel portafoglio delle famiglie e infine la natura mutualistica del business delle polizze.

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