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Un danno per il Paese se si ferma la modernizzazione

di Giuliano Volpe

(Ansa)

3' di lettura

A p oche ore dalla scioccante sentenza del Tar Lazio, Eva degli Innocenti, direttrice del Marta, il Museo archeologico di Taranto, ha inaugurato ieri una mostra sulla via Appia con Paolo Rumiz. Due giorni fa, Paolo Giulierini presentava a Roma con il ministro Franceschini la grande mostra sui Longobardi che dall’autunno si snoderà tra Pavia, Napoli e San Pietroburgo. Ignaro della sentenza che da oggi gli impedisce di dirigere il Mann, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Sono solo due dei cinque direttori di musei che improvvisamente si trovano impossibilitati ad operare: non possono più firmare un documento, approvare una spesa, autorizzare un prestito o lo studio di un pezzo delle proprie collezioni, presiedere il consiglio di amministrazione. E devono anche trovarsi un bravo avvocato. Attendendo fiduciosi, loro e noi tutti, un rapido intervento (si pensa nel giro di 15-20 giorni) del Consiglio di Stato che risolva questa insensata vicenda.

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C’è immediatamente il rischio della paralisi, al quale sta ponendo rapidamente rimedio il Mibact, nominando dei supplenti, per evitare che quattro musei e il parco archeologico di Paestum, all’inizio della stagione estiva che normalmente richiama un maggior numero di visitatori, si blocchino. Alla pessima figura internazionale che l’Italia sta facendo in queste ore (sono decine le telefonate e i messaggi ricevuti da colleghi italiani e stranieri esterrefatti in particolare per questo incomprensibile pregiudizio verso altri cittadini europei!) si aggiungerebbe un enorme danno. Questo non perché si sia valutato negativamente l’operato dei nuovi direttori ma sulla base di cavilli formali astrusi, in un Paese burocratizzato, incapace di produrre vero cambiamento (o meglio in grado di bloccare chi le riforme cerca realmente di realizzare), che non bada alla qualità, al merito, alla sostanza, ma solo e sempre più ai formalismi.

In questi ultimi anni i musei italiani hanno conosciuto una vera rivoluzione, per la prima volta adeguandosi agli standard internazionali: direttori dotati di autonomia gestionale e scientifica, consigli di amministrazione e comitati scientifici, bilanci autonomi, risorse gestite direttamente e reinvestite per dare migliori servizi e anche per sostenere i musei “minori”. Una rivoluzione, ancora in corso, che cerca di trasformarli da luoghi poco ospitali, esclusivi, respingenti, privi di servizi essenziali (non a caso ancora oggi definiti “aggiuntivi”) e di supporti didattici adeguati, legati all’uso di un intollerabile e misterioso linguaggio iper-tecnicista, che provoca spesso nel visitatore un senso di inadeguatezza e di spaesamento, in luoghi aperti, accoglienti, inclusivi, piacevoli. «Studio, educazione e diletto» sono le finalità indicate dalla legge sui musei datata 2014 (prima l’Italia ne era sprovvista!), esattamente secondo i precetti dell’Icom, l’International Council of museums. Ci sono ancora molti problemi aperti, tante cose che non vanno e varie questioni da risolvere: ma i progressi sono sotto gli occhi di tutti.

Ma sarebbe un danno per il Paese se il processo si bloccasse. Queste semmai sono le parole chiave anche per il futuro di questa rivoluzione: 1) autonomia piena, anche nella gestione e nello stesso reclutamento del personale; 2) piena responsabilità nelle scelte effettuate; 3) un rigoroso sistema di valutazione che consideri non solo l’incremento del numero dei visitatori, ma soprattutto la qualità dei servizi, la comunicazione, le collaborazioni con università e istituti di ricerca italiani e stranieri, la promozione della ricerca, l’accessibilità ai dati, gli accordi con associazioni, scuole, fondazioni, il radicamento e la partecipazione attiva dei cittadini, la promozione dello sviluppo locale. Ecco per cosa dovrebbero essere valutati i direttori dei musei: dai visitatori, dagli studiosi, dai cittadini. E non certo da un Tar!

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