Interventi

Un debito dello Stato fortemente legato alle idee che ha l’opinione pubblica

Il livello di istruzione della popolazione è carente in particolare in materia finanziaria

di Massimo Bordignon e Gilberto Turati

Sotto pressione. Il recupero dell'evasione fiscale del periodo 2014-18 (100 miliardi di euro) basterebbe a finanziare il Ssn

4' di lettura

In una democrazia è l’atteggiamento dell’opinione pubblica che disciplina le tendenze espansive dei governi in campo finanziario, molto più di quanto possa fare qualunque regola fiscale, istituzionale o costituzionale che dir si voglia. Non c’è dubbio, per esempio, che in Europa i Paesi caratterizzati da opinioni pubbliche tendenzialmente più conservatrici sul piano fiscale sono anche quelli che presentano le migliori situazioni dal punto di vista finanziario (minor deficit e minor debito pubblico), indipendentemente dagli aspetti istituzionali o politici specifici a ciascun Paese. Questo solleva la questione del perché l’opinione pubblica italiana si sia sempre dimostrata disponibile a sostenere le forze politiche più favorevoli alla spesa pubblica e ai disavanzi. Ci sono potenzialmente due risposte a questa domanda, non necessariamente alternative.

La prima rimanda a un fenomeno di “illusione finanziaria”: gli elettori italiani, a differenza di quelli di almeno alcuni altri Paesi, vedono i benefici presenti, ma non si rendono conto dei costi futuri di elevati disavanzi pubblici e dei pericoli derivanti dalla conseguente accumulazione di debito. In condizioni normali, una maggior spesa pubblica oggi comporta la necessità di maggiori tasse domani.

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La seconda spiegazione rimanda invece a un secondo fenomeno, che gli economisti tendono a etichettare sotto il generico “comportamento da free-rider”, tipizzato dall’esempio del viaggiatore che non paga il biglietto sul tram lasciando agli altri l’onere di finanziare il servizio. Forse gli elettori sono perfettamente consci dell’esistenza di un vincolo di bilancio aggregato (intertemporale) per le finanze pubbliche, ma pensano di poter ottenere i benefici di una politica fiscale espansiva a proprio esclusivo vantaggio, scaricandone i costi sul resto della collettività. Naturalmente, se tutti si comportano da free-rider, cercando di scaricare sugli altri il costo del finanziamento dei servizi, il risultato finale è una espansione dei disavanzi e dei debiti a svantaggio di tutti.

Entrambe le spiegazioni, naturalmente di per sé non limitate agli italiani, hanno però probabilmente una valenza particolare per questi ultimi. Il bilancio pubblico è una cosa complicata, anche per le sue interazioni con la politica monetaria; e anche se è vero che tutti sanno cos’è un bilancio familiare, e che dunque sia necessario contenere le spese familiari nell’ambito del reddito disponibile, non è ovvio che il legame tra entrate e spese sia altrettanto apparente per il bilancio pubblico, soprattutto in una logica intertemporale. In più, l’alfabetizzazione finanziaria è parte di un più generale livello di istruzione della popolazione, e su questo l’Italia è pesantemente carente. Tutti gli indicatori internazionali pongono l’Italia sui gradini più bassi dei livelli di istruzione (o di capitale umano, come si dice oggi) in Europa, e questo sia che si guardi ai livelli formali di istruzione (anni di scuola completati, percentuali di diplomati o di laureati sulla popolazione, e così via) sia che ci si concentri sulle competenze acquisite.

Test e sondaggi testimoniano di una bassa comprensione nella popolazione italiana perfino degli elementi più basilari di economia finanziaria. In un sondaggio realizzato per l’Associazione delle Casse di Risparmio Italiane, solo un terzo degli intervistati sapeva cosa fossero l’inflazione, lo spread o una recessione (solo uno su dieci aveva sentito parlare del Quantitative Easing, la politica della Bce che ha giocato un ruolo chiave nella gestione della crisi europea di cui abbiamo parlato in precedenza). Il grado di competenza finanziaria è strettamente correlato al livello di istruzione e mostra di nuovo un peggioramento scendendo dal Nord al Sud del Paese. Più in generale, i sondaggi certificano gli italiani come tendenzialmente i più “disinformati” dell’intera Europa, nel senso di presentare il divario più forte tra la “percezione” e la “realtà” dei fatti.

La scarsa comprensione e informazione rende gli italiani anche preda dei demagoghi politici (sempre pronti a proporre soluzioni semplici a problemi complicati), o – ancora peggio – delle fake news che circolano abbondantemente sui social. Ma anche la seconda spiegazione ha una particolare valenza nel caso italiano. Ragioni storiche complesse e di lungo periodo hanno reso gli italiani in media poco fiduciosi nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni. Piuttosto che una forma di organizzazione del vivere civile rivolto alla costruzione del bene comune, a cui tutti partecipano con ben precisi diritti e doveri, lo Stato viene da molti percepito come un organismo estraneo, oppressivo e a cui è dunque legittimo ribellarsi, evitando per quanto possibile di rispettarne le leggi. Come tanti altri beni pubblici, il debito pubblico è di tutti, dunque di nessuno; e cercare finché si può di sfruttare i vantaggi della spesa pubblica, anche a scapito del bene comune e senza pagarne i costi, è spesso percepito non solo come un comportamento pienamente accettabile, ma addirittura come un meccanismo “di difesa” necessario a fronte dell’oppressione esercitata dallo Stato sull’inerme cittadino.

Le forme di controllo esercitate dall’autorità statale, più deboli in un Paese in cui i cittadini non si fidano dei propri governi, possono contrastare questi fenomeni solo fino a un certo punto in presenza di comportamenti devianti che caratterizzano fasce ampie della popolazione. Lo stesso ingente debito pubblico è per certi aspetti un risultato di questi comportamenti. Se magicamente si potessero ridurre immediatamente l’evasione fiscale e l’economia sommersa ai livelli fisiologici di altri Paesi, il debito pubblico diventerebbe molto più facilmente gestibile in futuro. Per esempio, le ultime stime (ufficiali) delle mancate entrate per evasione le collocano al di sopra dei 100 miliardi all’anno nel periodo 2014-2018, una cifra che, se recuperata, da sola sarebbe sufficiente a finanziare quasi per intero la spesa per il Servizio Sanitario Nazionale.

Sfortunatamente, sia che sia più valida la prima spiegazione che la seconda, il risultato non cambia molto. Modificare i livelli di istruzione o le percezioni dei cittadini nei confronti dello Stato è esercizio complesso, di lungo periodo, e richiede un forte impegno da parte dei pubblici poteri. Utile e indispensabile cominciare, ma certo non è un problema risolvibile in tempi brevi.

Docenti di Scienza delle Finanze presso l’Università Cattolica

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