Interventi

Un decalogo per banche di sviluppo sane

di Andrea Goldstein

3' di lettura

Di fronte all’annuncio dell’ampliamento dell’operatività della Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale, rendendola una vera e propria banca di sviluppo, ci sono due rischi. Uno è quello di vedere nel nuovo istituto pubblico la panacea che risolve tutti o quasi i problemi che ostacolano l’imprenditorialità e quindi la crescita in una parte del Paese. Il secondo è speculare, e consiste nel considerarlo un pericoloso salto nel vuoto, un ritorno all’intervento pubblico a pioggia che pochi risultati ha prodotto nel ridurre la frattura territoriale italiana e che ha invece alimentato sprechi e corruzione.

Le banche di sviluppo sono istituti con capitale interamente sottoscritto dallo Stato, che raccolgono comunque fondi sui mercati dei capitali domestici e internazionali e i cui prestiti sono normalmente co-finanziati dai privati, per estendenderne la maturità. Da esse ci si attende che finanzino grandi progetti infrastrutturali, contribuiscano all’innovazione e alla trasformazione economica, rispondano alla sfida dei beni pubblici globali (in primis la sostenibilità ambientale e l’inclusione finanziaria) e intervengano in funzione anticiclica. Obiettivi molteplici e complessi, per cui l’azione della finanza privata tradizionale è assente o quantomeno insufficiente.

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Per parlare pragmaticamente di banche di sviluppo, è utile osservare ciò che avviene altrove, non necessariamente per fare altrettanto ma almeno per rendere la discussione meno provinciale e ideologica. Si tratta di un fenomeno globale, tanto che in ambito G20 l’Italia è, insieme a Stati Uniti e Regno Unito, l’unico membro a non disporre di un istituto di credito controllato dallo Stato e specializzato nella finanza di lungo periodo e per grandi progetti. L’interesse per questo strumento istituzionale e operativo è aumentato con la crisi, che ha evidenziato i rischi di boom-and-bust della finanza di mercato, e il ripensamento del “turbo-capitalismo”. Da ciò la nascita per esempio di Bpifrance, nonché della Asian Infrastructure Investment Bank e della New Development Bank, entrambe multilaterali e con sede in Cina. Senza dimenticare che l’istituzione di una banca nazionale d’investimento faceva parte del Labour manifesto.

I sostenitori del modello e delle sue virtù citano spesso il caso della KfW tedesca e il ruolo che gioca nel finanziare la transizione energetica verso le fonti alternative (Energiewende) e a sostegno delle piccole e medie imprese. Per i critici, è invece emblematico delle sue derive il brasiliano Bndes (Banco nacional de desenvolvimento econômico e social), fortemente esposto verso pochi gruppi con ambizioni globali e aderenze politiche locali, entrati però in crisi (come nel caso del serial entrepreneur Eike Batista) e/o protagonisti di gravissimi episodi di corruzione internazionale (come in quello della conglomerata Odebrecht).

Un recente libro (The Future of National Development Banks, a cura di Stephany Griffith-Jones e José Antonio Ocampo), ricco di studi di caso, consente di identificare le condizioni più propizie all’operare delle banche di sviluppo, e il decalogo non è intuitivamente molto distante a quello che si applica nel resto del settore bancario. In primo luogo è fondamentale disporre di un mandato chiaro, che lasci poche ambiguità sull’equilibrio atteso tra realizzazione di obiettivi di politica economica (industriale in particolare) e remunerazione del capitale. In determinate circostanze può essere legittimo privilegiare il primo termine dell’equazione ma, nella misura in cui ciò implica un costo extra-fiscale, il processo deve essere trasparente e accompagnato dal rispetto dei più alti standard di corporate governance. Un terzo requisito è chiamare i migliori manager disponibili sul mercato (i curricula degli ad di Bpi e KfW parlano da sé) e fornire loro l’autonomia di cui hanno bisogno. Infine, proprio perché il management deve sentirsi libero dal punto di vista operativo, la regolamentazione e la supervisione devono essere all’altezza (e il politico di turno deve rifuggire l’umana tentazione di piazzare i propri valvassori e clientes in posizioni di responsabilità).

Non c’è motivo di pensare che queste condizioni non possano essere riunite anche in Italia. Ma non ci sono neppure scorciatoie per evitare che i fondi pubblici vengano destinati a finalità fantasiose. La quadratura del cerchio passa da una riflessione seria sulle cause della crisi italiana (spoiler: soprattutto al Sud, l’indiziato numero 1 inizia con “pro” e finisce con “vità”, e non ha alibi), sulle soluzioni da realizzare e sui fallimenti del mercato che rendono utile creare una banca di sviluppo. Altrimenti, meglio lasciar stare?

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