Interventi

Un decalogo per legislatori volenterosi

È tempo di farla finita con le imposte sostitutive e i regimi speciali, ad esempio quelli per neoresidenti facoltosi

di Maurizio Logozzo


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(Ansa)

3' di lettura

È da apprezzare l’impegno del Governo a mettere mano a una riforma dell’Irpef da anni auspicata e continuamente rinviata.

Gli ostacoli che si frappongono sono tanti, sia di ordine politico, sia di carattere tecnico-giuridico: è compito arduo (ma improcrastinabile) riformare un’imposta vecchia di cinquant’anni, caratterizzata da una disciplina frutto di molteplici stratificazioni normative, la cui eccessiva onerosità per molti contribuenti è diventata insopportabile (stimolo all’evasione), insomma un’imposta per molti versi iniqua, che, col tempo, si è trasformata in uno strumento di disuguaglianza (Stevanato).

Su queste colonne si è aperto un vivace dibattito e ciascun intervento ha cercato di stigmatizzare profili fondamentali della “nuova Irpef”.

Il quadro da cui si parte è risaputo: la crisi dell’Irpef, caratterizzata dalla diffusione di regimi speciali e di imposte sostitutive, una imposta che grava quasi soltanto sui redditi da lavoro e da pensione. Si tratta di una tendenza che viola in modo significativo i princìpi di capacità contributiva e di progressività.

E veniamo ad alcune proposte schematiche, che tengono conto di quanto si è dibattuto negli ultimi anni.

1. Intervento a gettito invariato. Bisogna avere il coraggio in un certo momento storico di tirare una linea, quantificare il gettito dell’Irpef, delle imposte e dei regimi speciali a essa collegati. Non è consentita una riforma in deficit di bilancio, ma essa va finanziata, per così dire, dall’interno (inutile pensare a tagli di spesa).

2. Destinazione vincolata per legge di una quota dalle entrate derivanti dalla lotta all’evasione (almeno il 50%) al finanziamento della riduzione della pressione fiscale. Il consenso al tributo da parte dell’onesto contribuente, su cui grava il peso della massiccia evasione fiscale, ne trarrebbe giovamento.

3. Riforma del catasto anche a gettito invariato (se ne parla da decenni, ma guai “elettoralmente” a chi lo tocca). Parte dell’erosione reddituale si annida nel settore immobiliare; non si tratta solo di rivedere le rendite degli immobili di pregio nel centro delle città metropolitane e diminuire quelle dei fabbricati periferici (che hanno rendite più alte), ma anche revisionare l’entità dei redditi agrari per i fondi con produzione importante.

4. Esclusione di qualsiasi regime speciale e delle imposte sostitutive Irpef (es., a parte i problemi di costituzionalità, c’è da chiedersi: quanto reddito hanno portato in Italia i 300 paperoni neo residenti, che godono di un regime fiscale irrisorio?).

5. Riduzione radicale di agevolazioni, esenzioni, e, soprattutto, degli oneri deducibili o detraibili, a parte quelli che caratterizzano la personalità dell’imposta (basta con la detraibilità delle spese veterinarie per cani e gatti, delle piscine e delle palestre). Si libererebbero miliardi di euro per finanziare la riforma.

6. Intassabilità per tutti del minimo vitale (come in Germania). Ciò risponde alla parità di trattamento tra tutti i contribuenti, una sorta di detassazione di un “figurativo” reddito di cittadinanza.

7. Agevolare il trattamento fiscale della famiglia, mai oggetto di attenzione da parte del legislatore in un Paese in cui la natalità si avvicina quasi allo zero. I modelli non mancano: il quoziente familiare alla francese o il meccanismo dello splitting tedesco o statunitense.

8. Il riordino delle categorie di reddito. Non solo razionalizzare il sistema, ad esempio, della tassazione dei redditi finanziari, ma, soprattutto, abbandonare la “casistica” nella determinazione dei redditi tassabili e definire delle precise nozioni per ciascuna categoria di reddito (De Mita).

9. Rimodulazione ed eventuale innalzamento del numero degli scaglioni, in un sistema che tenda alla diminuzione della pressione fiscale complessiva, e, al contempo, assicuri una vera progressività dell’imposta. È senz’altro l’obiettivo più difficile, ma quello che tutti si aspettano. Abbandonato il sogno irrealizzabile della flat tax, occorre non soltanto rimodulare le aliquote al ribasso per i redditi di entità minore, ma anche applicare le aliquote marginali ai redditi di rilevantissimo ammontare, in modo tale da non scoraggiare la produzione.

10. La semplificazione, che si inserisce nel quadro generale dell’auspicata codificazione tributaria (Ragucci) e che comporta, come condivisibilmente afferma il ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri, la riduzione non solo degli adempimenti («il costo dell’obbedienza fiscale»), ma anche l’onere derivante dalla complessità e dall’incertezza del sistema.

Sono solo pochi spunti, un decalogo, che può essere una buona base di partenza insieme a una forte volontà politica.

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