Societa

Un doppio ponte con America e Africa

Il contesto storico era quello della guerra fredda e della fine del colonialismo

di Carlo Marroni

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Convegno economico Italo Africano alla Fiera Milano 1962. (Archivio storico Mediobanca)

Il contesto storico era quello della guerra fredda e della fine del colonialismo


3' di lettura

L’Italia è ancora spaccata in due, ma le cose si stanno muovendo veloci. Bisogna riagganciare gli Stati Uniti, prima della fine della guerra il Paese deve uscire dall’isolamento internazionale. Matura una missione economica oltreoceano, tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945. A guidarla sono Raffaele Mattioli, amministratore della Commerciale, e Quinto Quintieri, ministro del secondo governo Badoglio. Del gruppo fanno parte anche Mario Morelli, che diventerà segretario generale di Confindustria, Egidio Ortona, funzionario degli Esteri e futuro ambasciatore a Washington, ed Enrico Cuccia, condirettore estero della Comit. «È una piccola pattuglia inviata a ristabilire contatti utili, ma soprattutto a fornire un primo ancoraggio concreto, anche politico, del Paese agli Stati Uniti e al nuovo ordine internazionale post-bellico. Ben tre dei cinque componenti di questa missione siederanno più avanti nel consiglio di Mediobanca (Cuccia, Mattioli, Quintieri)» scrive Farese. Che racconta un passaggio, apparentemente un dettaglio, ma che fa luce sul calibro dei personaggi in azione. Ebbene, in vista della partenza, il 25 ottobre 1944 Mattioli e Quintieri scrivono a Benedetto Croce, con il quale hanno antichi rapporti: «Caro don Benedetto, abbiamo bisogno di un grosso piacere da voi. Né ve l’abbiamo chiesto finora perché non eravamo sicuri di partire. Ma ora che la nostra partenza è imminente, vi chiediamo nientemeno che una presentazione al presidente Roosevelt...». E Croce lo farà bene, tanto che il presidente a marzo risponderà, poco prima di morire. Una missione che forse non produrrà nell’immediato gli effetti sperati, ma che aprirà la strada a una nuova stagione di relazioni economiche “atlantiche” centrali per l’Italia, e l’arrivo in Italia anche di azionisti americani stabili. Anche se ci sono dubbi da superare: «Per l’Italia pesano in particolare alcuni aspetti. Anzitutto, la situazione politica, caratterizzata da una forte presenza del Partito comunista. Poi, la dimensione del settore pubblico, incluso il settore bancario» scrive Giovanni Farese, che centra la sua analisi, oltre che sull’Europa, sull’atlantisimo e sullo sviluppo dell’Africa, filone centrale dell’attività di Mediobanca nei primi decenni della sua storia. «Nella nuova era di cooperazione inaugurata dalla conferenza di Bretton Woods, la banca che Mattioli e Cuccia hanno in mente dovrà favorire il reingresso dell’Italia nel circuito internazionale, coerentemente con i bisogni di un paese povero di capitali, con una economia di trasformazione povera di materie prime e alla ricerca di mercati di sbocco».

L’Italia nella cornice della guerra fredda è sul confine Est-Ovest, ma anche su quello Nord-Sud nel contesto della decolonizzazione, in cui si situano i rapporti di Mediobanca con i Paesi africani e in particolare dell’Africa subsahariana. A New York e Washington si stringono accordi e alleanze tanto che «alla metà degli anni Cinquanta, il risveglio di interesse del mercato finanziario americano nei confronti dell’Italia è cosa fatta. Mediobanca svolge un ruolo essenziale in questo processo».

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Il libro quindi fa luce anche sull’immenso lavoro svolto da Mediobanca, e da Cuccia in persona, in stretto contatto con Guido Carli, prima a capo del Mediocredito e poi Governatore di Bankitalia, nel continente africano. «L’Africa ha, per Mediobanca, una centralità culturale e politica, oltre che economica, che va al di là del peso – finanziariamente ridotto per l’Istituto, ma non trascurabile per paesi poveri o in via di sviluppo – che l’impegno assume. È una centralità prospettica, attenta alle profonde trasformazioni, attuali e future, indotte dalla decolonizzazione. Nella proiezione di Mediobanca alberga una “vocazione africana”, che si manifesta subito. Particolare rilievo assume la dimensione della guerra fredda e l’obiettivo di evitare che l’assistenza tecnica e finanziaria ai paesi della decolonizzazione venga fornita dall'Urss». L’Africa era del resto nel cuore di Cuccia da molti anni, da quando, nel 1936 era stato inviato ad Addis Abeba in veste di delegato per gli scambi e le valute. È storia il suo scontro con il maresciallo Rodolfo Graziani: lavorò duro e bene, ma dopo un anno fu richiamato, anche se ufficialmente tra meritati onori.

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