teatro

Un doppio tecnologico

di Renato Palazzi


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2' di lettura

Per quanto possa apparire il contrario, non c'è a mio avviso molta distanza fra le stanzette che componevano la struttura di Nachlass - lo spettacolo dei Rimini Protokoll Premio Ubu 2018 come miglior proposta straniera - e il robot che sta al centro di Uncanny valley, la nuova creazione del regista Stefan Kaegi, presentata al festival FOG della Triennale di Milano: se là si racchiudeva in pochi oggetti emblematici l'esistenza di quelle persone, tutte prossime alla morte, di cui si udivano le voci, qui si traspone in un oggetto, in una macchina la fisionomia dell'autore, Thomas Melle. In entrambi i casi la materia inerte diventa - tra realtà e finzione - imitazione più o meno fedele della vita.

Formazione anomala nel panorama del teatro odierno, i Rimini Protokoll non seguono un percorso lineare di evoluzione artistica, ma pongono di volta in volta dei temi di riflessione di cui il teatro diventa il puro strumento, senza puntare necessariamente a un risultato estetico. In questo caso Kaegi voleva affrontare i problemi legati all'intelligenza artificiale, e ha chiesto a Melle questo testo in cui lo scrittore tedesco, interpellando vari esperti, immagina di curare il proprio stato di depresso bipolare - già trattato in un'altra opera - creando un “doppio” tecnologico di sè stesso, un automa che ne riproduce minuziosamente le fattezze.

FOG - Rimini Protokoll -Uncanny Valley (foto di Gabriela Neeb)

Melle tiene una sorta di conferenza sulle scoperte in questo campo, su Alan Turing, uno dei padri dell'informatica, sulla possibilità di creare organi che consentano di prolungare i nostri corpi e i nostri sensi. Riflette anche sulle contraddizioni insite in tali ricerche, sulle paure che possono suscitare. Ma a tenere la conferenza, seduto in un angolo, davanti alla platea, è il robot stesso, mentre l'originale compare solo in video.

Di fronte a una drammaturgia piuttosto aleatoria, chiaramente pretestuosa, l'interesse della singolare performance sta nella rassomiglianza un po' mostruosa tra la creatura meccanica e il suo modello. “Uncanny valley”, valle perturbante, è appunto il nome che lo studioso Masahiro Mori dà a questa zona ambigua fra il sembrare un essere in carne e ossa e il non sembrarlo abbastanza. Il robot ti guarda, gesticola con naturalezza, usa un computer. Se non sai, puoi persino pensare che dietro la sua maschera si nasconda un uomo, e proprio questa incertezza produce un attrito fastidioso.

FOG - Rimini Protokoll -Uncanny Valley (foto di Gabriela Neeb)

Ciò che Kaegi vuole sollevare è un dubbio ontologico sui confini dell'identità: se il robot esprime i ricordi, i pensieri, i disturbi psichici di Melle, fino a che punto quella biografia diventa sua? Spingendosi in territori metafisici, qual è l'effettiva differenza fra un raffinato software e ciò che definiamo anima? E se il robot, per ora, non potrà sostituire l'uomo nelle sue relazioni, la questione tutta teatrale è che può sostituirlo sulla scena. Se si muove come lui, se parla come lui, seppur con voce registrata, cosa lo distingue dall'attore? Per Diderot non sarebbe certo la mancanza di emozioni, per Gordon Craig essa rappresenterebbe addirittura un pregio.

«Uncanny valley» di Stefan Kaegi. Visto a Milano, alla Triennale Teatro dell'Arte

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