IL MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO

Un equilibrio fra le tutele e il mercato

di Colin Crouch

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(Adobe Stock)


5' di lettura

Chi vuole più mercato deve volere anche più politiche sociali e regolamentazione dei mercati. È questa la lezione paradossale della storia del capitalismo. Il mercato, nel suo incedere creativo e imprenditoriale, provoca anche danni, fa vittime, lo «scarto», di cui il Santo Padre ha parlato nell’intervista al Sole. E «scarto» vuol dire spreco di risorse umane e fisiche. È necessario che, una volta che i mercati hanno ampliato il raggio d’azione, siano prese misure, fuori dal mercato, che riparino i danni e preparino gli «scarti» a una vita utile e buona. Il mercato e le politiche sociali hanno dunque un rapporto interdipendente, benché da decenni i loro fautori siano antagonisti. Senza l’economia di mercato le politiche sociali non possono ricevere le risorse di cui hanno bisogno; senza politiche sociali il mercato produce una massa enorme di scarti di ogni tipo.

Storicamente questo paradosso si è risolto nei conflitti tra partiti contrapposti, ma accomunati dal fatto di comprendere l'importanza dei compromessi. Conservatori e democristiani non rifiutarono politiche di tipo sociale e la regolazione di certi aspetti dell'economia; i socialdemocratici (se non i comunisti) non rifiutarono il mercato. Fu il trionfo del neoliberismo - inizialmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito durante gli anni 80, e più tardi quasi ovunque in Europa e più in là nel mondo sviluppato – che pose fine alla stagione dei compromessi, rifiutando quasi tutte le restrizioni al liber mercato.È bene ricordare le politiche della Commissione europea al tempo dell'introduzione del Mercato unico sotto la presidenza di Jacques Delors prima e di Romano Prodi poi, negli anni 90.

Il Mercato unico accrebbe enormemente la propensione al libero mercato dei Paesi europei; ma fu anche il periodo dell'allargamento della cosiddetta «Europa sociale», l'entrata dei sindacati nei corridoi della Commissione, dei rapporti tra la Commissione e governi regionali e locali affinché fossero sviluppati progetti per aiutare le zone in difficoltà. Il mercato e le politiche per evitare i suoi danni marciarono l'uno accanto alle altre.Poi cambiò tutto. Nuove voci alla Commissione e nei singoli governi dichiararono l'Europa sociale morta; le nuove iniziative in tal senso si fecero più rare. E diminuì anche il supporto per il progetto europeo tra gli stessi cittadini continentali. Poi, dopo il 2010 arrivò l'imposizione dell'austerità sui Paesi indebitati dell'Europa meridionale e l'Irlanda da parte delle autorità europee (e sui britannici da parte di Londra).

Per i neoliberisti fu un'occasione per ridurre finalmente lo stato sociale al minimo. Una politica di contrasto all'eccesso di indebitamento, ma con una sensibilità sociale fu sempre possibile. Però le autorità europee e del Fondo monetario internazionale scelsero, almeno inizialmente, un approccio neoliberista puro, causando danni e miseria. Il supporto al progetto europeo tra i cittadini scese ancora di più. Secondo i neoliberisti è solo quando una componente della vita può essere inserita in una logica di mercato che essa diventa efficiente. Visto che inefficienza vuol dire spreco, se vogliamo evitare lo scarto, dicono, dobbiamo quanto più possibile asservire la vita alle logiche del mercato. Le cose, che non possono rientrare in questo paradigma, devono essere tralasciate. Abbiamo visto le conseguenze di questo modo di pensare nella distruzione dell'ambiente e nella instabilità sociale che discende da quei cambiamenti economici che non sono stati accompagnati da politiche in aiuto di coloro che perdono i loro posti di lavoro.Ma, dopo la deregolamentazione del settore finanziario, i mercati più importanti non sono più stati i mercati “normali” per beni e servizi, ma quelli secondari, basati sulle aspettative nel futuro, nostre e altrui, tutti finanziati mediante debiti enormi.

In questo modo venne meno il rapporto tra i valori dei beni sui mercati reali e quelli finanziari. Fu questo sistema, che crollò nel 2008, a creare il più grande sconquasso nella storia del capitalismo del dopoguerra. Eravamo diventati così dipendenti dalle banche globali, che tutto dovette essere sacrificato affinché potessero essere salvate. Oggi, quasi tutti gli esperti concordano sul fatto che il sistema non può poggiare sulle stesse basi di allora. Ma affinché la crisi potesse essere risolta, fu necessario che le banche tornassero in salute, e non fu possibile farlo senza un ritorno ai loro canali più redditizi: i mercati secondari. Stiamo continuando a percorrere questa via pericolosa, con solo piccole riforme.Visto che il capitalismo ha quasi distrutto se stesso nella crisi, e che ha dovuto chiedere l'aiuto dello Stato per scongiurare una crisi ancora più terribile, sembra arrivato il momento di ripensare i rapporti tra il mercato e la società, come propone il Papa. Ma le forze, che possono rappresentare questo ripensamento sono deboli.Le forze, che dominano la politica attuale, sono quattro: il neoliberismo (screditato ma ancora influente nei mondi degli affari e della politica), il populismo xenofobo (sempre più potente, aggressivo, con poche idee economiche), la socialdemocrazia (sempre più debole, dopo il declino della sua base sociale principale, la classe operaia industriale), e la democrazia cristiana, spaccata tra un'ala neoliberista, conservatrice (che oggi vuol dire populista) e una socialdemocratica.

Quali coalizioni possibili esistono tra queste forze, affinché si raggiunga un nuovo bilanciamento tra mercato, regolazione e politica sociale? Sono possibili alleanze tra il neoliberismo e una xenofobia populista: lo si vede nell'amministrazione di Donald Trump. Ma è rischioso, perché i populisti rifiutano la globalizzazione e la sovranità della legge sul governo, due cose care al neoliberalismo. Sono possibili anche coalizioni tra gli xenofobi e socialdemocratici, se questi ultimi pongono l'enfasi della loro politica sullo Stato nazionale e il suo popolo nativo. Si vedono discussioni di questo tipo in Italia, in Danimarca, nel Regno Unito, e tra i nuovi gruppi della sinistra tedesca. Tali coalizioni potrebbero portare a un nuovo protezionismo.Infine sono possibili coalizioni tra neoliberalismo e socialdemocrazia. Abbiamo esperienze molto recenti di questi rapporti, nel Regno Unito di Tony Blair, nella Germania di Gerhard Schroeder, in Austria, in Olanda, nei Paesi scandinavi. Tutti sono finiti tra le lacrime, perché i socialdemocratici hanno offerto troppi compromessi al neoliberismo e dunque non potevano opporsi alle forze che ci hanno condotto alla crisi finanziaria.Questi compromessi hanno anche creato un centro troppo ampio, che ha relegato il conflitto politico agli argini, dove sono fioriti i populisti della destra estrema. Eppure c'è ancora bisogno di compromessi tra i fautori del libero mercato e quelli delle politiche sociali, come ha esortato il Papa. Chi può raggiungerli?

Professore emerito all'International Centre for Governance and Public Management della Business School dell'Università di Warwick e autore del recente “Salviamo il capitalismo da se stesso” (Il Mulino)
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Colin Crouch

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