l’analisi

Un esecutivo neutrale per andare alle urne

Ciò che di singolare ha questa crisi di governo è il fatto che essa nasce da dissensi e scontri fra le due forze della maggioranza persino più aspri di quelli che caratterizzano la dialettica fra maggioranza e opposizioni

di Valerio Onida


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4' di lettura

La crisi di governo che sta per aprirsi si presenta con dei connotati in parte inediti. Non nasce infatti semplicemente, come in occasioni del passato, a causa del distacco di una delle forze politiche della maggioranza dall'accordo di governo, e nemmeno perché è stato approvato in Parlamento un provvedimento non condiviso da una parte del Governo.

La vicenda delle mozioni sulla Tav poteva non essere di per sé decisiva , se uno dei partiti di governo avesse semplicemente accettato (e così in fondo è stato per il M5s) un voto parlamentare in cui prevalesse una delle due posizioni espresse dai partiti al governo. Si può ricordare, si parva licet componere magnis, che le leggi sul divorzio (1970) e sull’aborto (1978) passarono in Parlamento contro la posizione espressa dalla Dc, che era all’epoca il maggior partito del governo in carica ed esprimeva il Presidente del Consiglio dei ministri; e non provocarono di per sé crisi di governo né dislocazioni decisive nella maggioranza parlamentare che sorreggeva il Governo. In regime parlamentare è possibile, anche se non frequente, che su singoli temi, che si accetta non facciano parte del programma di governo, si manifestino maggioranze diverse da quella che sostiene l’esecutivo.

Ciò che di singolare ha questa crisi è piuttosto il fatto che essa nasce da dissensi e scontri fra le due forze della maggioranza persino più aspri di quelli che caratterizzano la dialettica fra maggioranza e opposizioni. In ogni modo, è una crisi, quella attuale, che non sembra poter avere altro sbocco se non le elezioni. Infatti la maggioranza non c’è più, e non sembra che nell’attuale Parlamento possa manifestarsi una qualsiasi diversa maggioranza politica, ricomponendo il puzzle degli attuali gruppi parlamentari.

Non solo dunque il Governo in carica deve necessariamente dimettersi, aprendo anche formalmente la crisi; ma esso non sembra possa avere alcuna alternativa politica in questa legislatura. A questo punto, è bene però che le dimissioni del Governo conseguano ad un voto o almeno ad un dibattito parlamentare che ratifichi esplicitamente l’apertura della crisi: e bene ha fatto il Presidente Conte a volere questo passaggio per la cosiddetta “parlamentarizzazione” della crisi. Non che dal dibattito possa emergere, per quanto è prevedibile, una qualsiasi maggioranza alternativa per governare, sulla base degli attuali rapporti di forza nelle Camere: ma almeno dovrebbero risultare chiare le posizioni dei vari gruppi sugli indirizzi fondamentali sui quali gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi. Le elezioni appaiono dunque come l’unica strada possibile per ridare un indirizzo politico di governo al Paese.

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Non sembra infatti plausibile nemmeno l’ipotesi di un Governo “tecnico” che duri magari fino ad elezioni non del tutto prossime, sul modello del Governo Monti del 2011. Questo nacque, lo ricordiamo, da una più o meno convinta accettazione da parte di molte forze parlamentari, della maggioranza uscente e delle opposizioni, di una fase di “decantazione”, di fronte a problemi in parte nuovi posti dai rapporti con le istituzioni europee, e quindi con un programma ben individuabile. Oggi i problemi, vecchi e nuovi, sussistono, certo, ma non sembra esserci all’orizzonte di questo Parlamento alcun indirizzo di “larga coalizione” attorno a cui possa sorgere un nuovo esecutivo.

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In queste condizioni normalmente il Governo, dimissionario perché sfiduciato, assume il compito di assicurare gli “affari correnti” fino al voto e al successivo formarsi di una nuova maggioranza. Però oggi questa non sembra a sua volta una soluzione facile e pacifica. Infatti, in attesa del voto e poi della formazione della nuova maggioranza, avremmo una fase che non sembra facilmente affrontabile in termini di “ordinaria amministrazione”. Da un lato abbiamo una compagine governativa attraversata da divisioni anche più profonde di quelle che normalmente caratterizzano la dialettica fra maggioranza e opposizioni: ed è quindi difficile che questo Governo, con questi ministri, sia in grado di amministrare il Paese con la necessaria “neutralità” politica che dovrebbe caratterizzare l’attesa delle decisioni degli elettori. Dall’altro lato, nei mesi che dovranno trascorrere prima della formazione del nuovo Governo post-elettorale dovranno essere prese delle decisioni, ad esempio in materia di bilancio, che difficilmente potranno essere solo di “ordinaria amministrazione”: non foss’altro una decisione che “congeli” la situazione finanziaria e apra la strada a un esercizio provvisorio (espressamente previsto dalla Costituzione) in attesa della definizione della nuova politica di bilancio per il 2020.

Occorre, dunque, che il Governo in carica nel periodo elettorale sia in grado e sia capace di adottare queste decisioni col massimo possibile di “neutralità”, e dunque con il consenso parlamentare più ampio possibile. In definitiva, un Governo che si proponga come esclusivo fine quello di consentire lo svolgimento delle elezioni in un clima in cui le esasperazioni polemiche di tutti contro tutti possano lasciare il posto, almeno in parte, ad un confronto più serio, in sede elettorale e postelettorale, sugli indirizzi di fondo da imprimere alla politica nazionale, europea e internazionale del nostro Paese.

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