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Un esercito di Comuni dice no ai pesticidi

di Micaela Cappellini


2' di lettura

Il primo Comune è stato quello di Malles, 5mila abitanti in alta Val Venosta, in provincia di Bolzano: dopo un referendum cittadino, in questa area ad alta intensità di coltivazione delle mele nel 2015 è stato emanato un regolamento comunale che vieta l’utilizzo di fitofarmaci nell’intero territorio comunale in base al principio precauzionale di tutela della salute.

Di Comune in Comune, ad oggi sono quasi 70 le amministrazioni locali che in Italia hanno detto no all’utilizzo di pesticidi. A mapparli tutti è stato il progetto Cambia la terra voluto da Federbio con Isde, Legambiente, Lipu e WWF. E di questo Comuni, ben 27 si trovano nel Nordest. Quattro i capoluoghi di provincia: Belluno, Bolzano, Trento e Verona.

In Veneto, tra le realtà più grandi che hanno abbracciato la filosofia dell’agricoltura biologica c’è il Comune di Belluno. Di fronte all’espansione della Docg del Prosecco, l’amministrazione comunale ha accolto le richieste avanzate dai cittadini e ha proibito l’uso dei diserbanti di sintesi nelle aree verdi cittadine e dell’uso di pesticidi nelle zone vicine alle abitazioni. Il risultato è stato un regolamento, approvato nel settembre del 2016, che è anche coerente con il progetto del Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi di istituire un distretto biologico, fondato sulla pluralità delle colture, sull’allevamento bovino e sulla tutela della biodiversità.

In provincia di Trento, invece, Vallarsa è riusciuto a definire un documento ancora più rivoluzionario. Se a Malles ci si è mobilitati sulla base del principio di precauzione, qui si è messo nero su bianco l’idea che chi inquina paga: gli agricoltori che non coltivano secondo il metodo biologico devono produrre le certificazioni necessarie a dimostrare di non utilizzare prodotti dannosi per l’ambiente e per la salute.

In assenza di questa certificazione, l’agricoltore convenzionale deve attivare una polizza assicurativa per il risarcimento di danni causati a terzi dall’inquinamento prodotto dalla sua attività. E per chi non rispetta la regola, la sanzione è di 152 euro al mese per ettaro.

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