Società

Gli «Afropei» colorano l’Europa

Johny Pitts è andato in cerca degli «afropei», cittadini pienamente europei e protagonisti di vite che non si possono rinchiudere nello stereotipo dell’immigrato

di Claudio Visentin

3' di lettura

Conoscete il nome di uno scrittore di viaggio di colore? Probabilmente no. Del resto prima di pensare a scrivere bisogna riuscire a viaggiare e non è sempre facile. Per cominciare ogni spostamento degli africani viene subito letto come un nascosto tentativo di migrazione. Date un’occhiata a www.passportindex.org. La maggior parte dei Paesi sono lieti di accogliere i nostri viaggiatori senza chiedere il visto o con il visto all’arrivo, insomma senza troppe formalità. Ma la situazione cambia completamente se passiamo dall’altra parte del Mediterraneo…

I neri d’America sulla carta se la passano meglio ma molto è apparenza. Ancora negli anni Sessanta, prima delle lotte per i diritti civili, la provvidenziale Guida verde, pubblicata dal 1936 al 1967 (ricordate il film premio Oscar 2019?), segnalava i pochi benzinai, ristoranti e hotel disposti ad accogliere viaggiatori di colore, nel clima infame della separazione razziale. Oggi “Negro Motorist Green Book” non si pubblica più ma molti usano i social per farsi segnalare luoghi dove sono benvenuti o si rivolgono a catene alberghiere note per accogliere volentieri viaggiatori di colore. Altri, specie al sud, hanno ancora paura di andarsene in giro dopo il tramonto o di essere fermati dalla polizia; per questo installano sulle loro auto delle videocamere per riprendere un eventuale fermo. Inoltre lasciano sempre detto dove sono e tendono a seguire strettamente il programma senza permettersi rischiose divagazioni, come farebbe invece un bianco. Nel paese di Jack Kerouac e dei viaggi On the road, la prima domanda che i poliziotti rivolgono ai viaggiatori neri è «Dove stai andando? Perché sei qui?», come se non avessero il diritto di allontanarsi dal ghetto.

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Segni di cambiamento

Per fortuna però si scorgono anche i primi segni di cambiamento, dopo l’ondata di proteste della scorsa primavera. Per i neri riappropriarsi del viaggio è diventato parte della nuova agenda politica, un modo per rompere le catene (letteralmente, in prospettiva storica) e prendere il volo.

Per rispondere invece alla domanda in apertura di questo articolo, potreste fare il nome di Johny Pitts, nato da padre afroamericano e madre inglese nella periferia operaia di Sheffield. Johny ha viaggiato per mezza Europa (Afropei. Viaggio nel cuore dell’Europa nera) in cerca degli afropei, persone che si sentono pienamente europei, protagonisti delle loro vite, senza lasciarsi rinchiudere nello stereotipo dell’immigrato. Sono soprattutto artisti e creativi, ma anche negozianti, ambulanti, guide turistiche, studenti, tassisti, buttafuori, attivisti, educatori. “Sono un cittadino nero che abita in Europa, oggi, e il mio viaggio è stato un tentativo di dare un senso a questo dato di fatto. Con la pelle scura e il passaporto britannico … una fredda mattina di ottobre sono partito in cerca degli afropei”.

Anche Jessica Nabongo potrebbe essere il simbolo di questa nuova leva. Travel blogger americana di origini ugandesi, sbarcando alle Seychelles il 6 ottobre 2019 ha visitato tutti i centonovantacinque Stati del pianeta prima di compiere trentacinque anni. Che sarà mai, si potrebbe dire. Il Guinness dei primati lo considera un record banale e prende in considerazione solo chi lo fa in giovane età o nel minor tempo possibile. E The Traveler’s Century Club ha millecinquecento soci che hanno visitato almeno cento Stati del mondo. Ma Jessica è la prima donna di colore ad averlo fatto. E dunque in questo caso pazienza se le sue osservazioni sono state piuttosto banali («L’insegnamento che ho tratto dai miei viaggi è che la maggior parte delle persone sono buone») e se il suo viaggio trafelato non è stato certo un esempio di sostenibilità; quanto meno ha aperto la strada per chi verrà dopo di lei.

Ritrovare le proprie radici

Per chiudere il cerchio non resta che ricongiungersi ai propri inizi, ritrovare le proprie radici, dopo secoli di sfruttamento, miseria e umiliazioni. Nel 2019, quattrocento anni dopo la partenza della prima nave carica di schiavi diretta verso Jamestown, Virginia, il Ghana ha proclamato l’Anno del ritorno, richiamando in patria la «tribù perduta» dei discendenti degli schiavi. È un viaggio di forte impatto emotivo. Vuol dire passare nuovamente attraverso la «porta senza ritorno», l’ultimo lembo d’Africa prima della partenza in catene; oppure fare i conti con i silenzi e le complicità degli schiavisti africani, venditori dei loro fratelli; o ancora imparare a conoscere il Ghana di oggi, con i suoi problemi (povertà, ambiente, demografia esplosiva ecc.), insieme alla crescita economica e una stabile democrazia.

In poco tempo insomma, in forme anche sotterranee, il viaggio delle persone di colore è diventato una realtà solida, diffusa, definitiva (si spera). E forse, quando il Covid sarà passato, ci accorgeremo che questa è la vera novità nel campo dei viaggi.

Afropei. Viaggio nel cuore dell’Europa nera, Johny Pitts, EDT, Torino, pagg. 442, € 24

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