Opinioni del Sole

Un fondo per far crescere le imprese

di Anna Gervasoni


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3' di lettura

Il 2019 vedrà l’ingresso nel nostro Paese di un nuovo prodotto finanziario, gli Eltif (European long term investment fund). Questo strumento, voluto dalla disciplina comunitaria per dare un abito agli investitori di lungo termine, finalmente indirizza parte del risparmio anche privato a investimenti non speculativi, che possano supportare progetti di sviluppo d’impresa. Aifi, l’associazione che raduna i fondi di private equity, private debt e venture capital, da sempre sottolinea l’importanza di far confluire capitali nell’economia reale, a coprire le diverse esigenze che questa esprime, quindi sia a titolo di capitale di rischio che di debito, sia in progetti industriali che infrastrutturali. Secondo i più attuali e sperimentati strumenti finanziari, gli operatori specializzati colgono le esigenze della domanda e strutturano gli interventi.

Molte volte abbiamo sottolineato le differenze operative tra questa attività e quella di investimento in titoli quotati, cioè l’asset management, basata su discipline, metodologie e metriche che riguardano la comprensione dei mercati mobiliari e le dinamiche di domanda e offerta che si incontrano sui medesimi. Diverso è andare a sposare il piano industriale di un’azienda, espresso da un imprenditore o da un team di manager, affiancarli e contribuire alla messa a terra di quello che può e si deve tradurre in creazione di valore.

Investire in società non quotate vuol dire entrare nei numeri, nei bilanci e nella strategia di un’impresa, sapendo che questa è meno strutturata di una quotata. Aiutare a cambiare la governance, in modo graduale e attento alle reali esigenze di quella specifica realtà. Far comprendere che anche l’attenzione al sistema socio-ambientale può creare valore nel lungo periodo.

Questi sono temi che spesso vengono messi in secondo piano perché l’imprenditore e il suo team devono dare correttamente priorità a far bene il prodotto, a valutare l’impatto delle nuove tecnologie, a inserirsi nei mercati italiani e internazionali. L’ intervento di un operatore paziente, che affianca con capitali, energia e suggerimenti l’imprenditore, lo aiuta a fare un salto di dimensione e di qualità. Questo è il cuore del mestiere di chi investe in private capital. Sia nel caso del private equity e venture capital, quando questi azionisti si pongono in questa direttrice, sia - in misura diversa, ma spesso complementare - nel private debt. Infatti vediamo questi due strumenti sempre di più affiancarsi, in un ordinato percorso di fornitura di risorse finanziarie a quelle imprese che vogliono intraprendere percorsi di crescita e di successo.

È una attività che necessita di dinamiche di lungo periodo e di competenze particolari. Molti in Italia sanno fare bene questo mestiere. I risultati si vedono. Registriamo spesso rendimenti a doppia cifra. Negli ultimi 20 anni il nostro mercato ha saputo restituire sempre, in media, risultati superiori a tutti gli altri indicatori di performance. Ma questo è frutto di esperienza che non si improvvisa. Quando si vendono dei buoni ritorni bisogna capire da dove arrivano, qual è il sottostante. E a fronte di partnership andate molto bene ci sono quelle andate male. Aspettative di grandi rendimenti si accompagnano sempre a rischi, in questo settore più che in altri legato alle professionalità degli operatori nel processo di selezione dei deal e creazione di valore.

Nella volontà dell’Unione europea si vuole dare uno strumento in più per avvicinare il risparmio a questa opportunità, sempre nel rispetto del capitale del risparmiatore, sempre dosato in funzione dei rischi che si vanno ad assumere. In Italia ci sono tante opportunità e speriamo che parte di questo grande flusso di capitali europei arrivi alle nostre imprese che non solo ne hanno bisogno, ma se lo meritano. Ma è fondamentale per la riuscita di questo strumento e per non gettare una luce scorretta su un mercato che sta facendo bene che ognuno faccia il suo mestiere. E che non si vendano illusioni.

Siamo stati tra i primi a dire che i Pir di fatto non stavano svolgendo il loro ruolo di supporto all’economia reale per quanto riguarda le imprese non quotate. Oggi i dati ci danno ragione, tant’è vero che si sta cercando di cambiare rotta. Nessun problema: il Pir è un fondo aperto e non può che svolgere prevalentemente il ruolo che tale veste gli impone per esigenze di liquidità. Gli Eltif potrebbero essere una risposta, ma da indirizzare spiegando bene che strada prenderanno i capitali.

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