Riforme necessarie

Un fondo interbancario più robusto a tutela soltanto dei correntisti

Oggi Il Fitd impiega le sue poche risorse quasi solo a sostegno delle banche in difficoltà

di Ignazio Angeloni

(Adobe Stock)

5' di lettura

Come usciranno le banche dalla crisi pandemica? Quanti crediti potranno essere onorati e quanti no? Che impatto avrà questo sui bilanci degli istituti di credito e sulla loro capacità di aiutare il Paese nella ripresa economica?

Sono domande a cui oggi non è ancora possibile dare risposta. Moratorie e garanzie hanno steso sul sistema bancario un velo che per certi versi lo protegge e per altri impedisce di vedere cosa c’è sotto. Non mancano segnali positivi. La ripresa a breve si prospetta robusta, come ha confermato anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Le drammatiche previsioni formulate dalla Banca centrale europea l’anno scorso, di un picco di non performing loan (Npl) in Europa pari 1.400 miliardi di euro (che avrebbe significato per l’Italia almeno 200 miliardi), potrebbero essere riviste al ribasso, magari di un 30 o 40 per cento. Ma anche con questi miglioramenti l’effetto si prevede forte, e il tempo stringe. Bisogna prepararsi al momento in cui le banche dovranno “scoprire le carte”, misurando le perdite e preparando accantonamenti. «Spera in bene ma preparati al peggio», dice il vecchio proverbio.

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La prima cosa da capire è quanto la “rete di sicurezza” del sistema bancario sia robusta e pronta a entrare in azione. Il ruolo centrale spetta dall’assicurazione dei depositi, il baluardo che garantisce ai depositanti che anche in caso di dissesto della loro banca il loro deposito (entro 100mila euro) sarà rimborsato per intero in pochi giorni. Negli Stati Uniti, Paese che per primo introdusse questo strumento negli anni 30, essa ha un fondo di 118 miliardi di dollari, l’1,3% dei depositi assicurati. Su oltre 5mila banche, sono solo una dozzina quelle i cui depositi assicurati eccedono la capienza del fondo. E dietro c’è comunque la garanzia pubblica: «L’assicurazione dei depositi è sostenuta dalla piena fiducia e credito del Governo degli Stati Uniti», si legge nel sito internet della Federal deposit insurance corporation (Fdic).

Come siamo messi noi? Un’assicurazione dei depositi europea non esiste: ogni Paese fa a sé, con una direttiva dell’Unione che fissa certi parametri e comportamenti. Essa stabilisce che la dimensione del fondo debba essere entro il 2024 pari allo 0,8% dei depositi assicurati. A questo obiettivo ogni Paese deve arrivare regolando i contributi versati dalle banche. Nessuno raggiunge lo 0,8%; solo la Germania e la Spagna superano lo 0,5 per cento. Tutti però si stanno avvicinando, tranne l’Italia. Il nostro è l’unico Paese in cui non solo non si fanno passi avanti, ma la dotazione (includendo anche il fondo separato del credito cooperativo) si ferma allo 0,24 per cento. Queste cifre evidenziano una tendenza che mette l’Italia in una categoria a parte rispetto agli altri Paesi.

Due fattori hanno contribuito di recente a indebolire la funzione assicurativa del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Il primo è l’accelerazione dei depositi avvenuta nel lockdown a causa dei risparmi forzati. Nel 2020 i depositi assicurati in Italia sono cresciuti di oltre il 10%, ben oltre il previsto; i contributi delle banche non si sono adeguati con la stessa rapidità. Questo fenomeno riguarda in qualche misura tutti i Paesi. Il secondo, più rilevante e specifico dell’Italia, è che il Fitd usa le sue risorse anche (in verità, quasi solo) non per garantire i depositi, ma per intervenire ex-ante a sostegno di banche che rischiano il dissesto. Da questa componente sono derivate nell’ultimo biennio ingenti perdite, legate agli interventi effettuati a favore della Banca Popolare di Bari e della Carige.

La direttiva stabilisce che la funzione primaria del fondo sia assicurativa, ma consente ai Paesi anche un utilizzo cosiddetto “preventivo” – in parole povere, salvare una banca che altrimenti andrebbe in dissesto – a condizione che il costo di tale utilizzo sia inferiore a quello che deriverebbe dal rimborso dei depositi della banca stessa. Verificare questa condizione però è difficile. Il costo del rimborso è misurabile e immediato, mentre quello di tenere in piedi una banca alle soglie dell’insolvenza è incerto e protratto nel tempo. Il secondo è spesso sottostimato rispetto al primo. Forse anche per questa ragione, quella condizione non è soggetta a verifica sistematica da parte delle autorità europee.

Date le circostanze non è improprio che il Governo si preoccupi in questa fase anche di rafforzare il Fondo interbancario di tutela dei depositi. Un intervento potrebbe configurarsi lungo quattro linee.

1 Lo Stato potrebbe assicurare, con garanzie o a valere sui contributi futuri delle banche, la dotazione integrale del fondo rispetto al target stabilito dalla Direttiva. La legge europea non esclude questa possibilità che, se riferita alla componente obbligatoria del Fondo, non dovrebbe configurarsi come aiuto di stato.

2 Andrebbe stabilito che da ora in avanti le risorse del fondo sono destinate ad assicurare l’integrità della funzione assicurativa, non a finanziare quella “preventiva”. A titolo di confronto si osserva che la Federal deposit insurance corporation – che ha gestito negli ultimi anni molti dissesti bancari, assicurando sempre la stabilità del sistema – non contempla interventi preventivi.

3 Interventi di liquidazione su singole banche “meno significative” (fuori dall’ambito di competenza dell’autorità europea di risoluzione) avverrebbero nel quadro di procedure gestite dall’autorità nazionale, usando se necessario risorse pubbliche come già previsto per favorire l’uscita dell’istituto dal mercato minimizzando gli impatti negativi sull’economia. La cornice regolamentare potrebbe essere definita, preferibilmente in modo armonizzato a livello europeo, come parte della riforma della disciplina di gestione delle crisi bancarie attualmente in corso.

4 Sarebbe opportuna anche una riforma che desse luogo in Italia a un’autorità nazionale unica responsabile per la risoluzione bancaria e l’assicurazione dei depositi, inclusi i rispettivi fondi. L’autorità, braccio nazionale del meccanismo di risoluzione europeo, andrebbe separata dalla vigilanza prudenziale e dotata della necessaria indipendenza statutaria, oltreché di bilancio e risorse professionali adeguate.

Innovazioni non piccole, ma le circostanze di oggi e le riforme a cui siamo chiamati in altri campi facilitano l’azione anche su questo fronte, di grande importanza per la stabilità finanziaria. Si coglierebbe l’opportunità di rafforzare in modo decisivo il sistema dei controlli bancari, che tante difficoltà e polemiche ha provocato in Italia negli ultimi anni.

Post scriptum

Il 2 marzo la Corte di giustizia europea ha confermato che la Commissione europea sbagliò nel 2015 giudicando aiuto di Stato l’intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi su Tercas (già Cassa di risparmio della provincia di Teramo). Alcuni osservatori hanno auspicato un “nuovo corso” in cui gli interventi preventivi del Fitd siano prassi prevalente. Fermo restando il probabile errore della Commissione nell’interpretare la legge europea in quella circostanza, nell’interesse del nostro sistema bancario e di chi lo usa è bene che quel nuovo corso non si verifichi.

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