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Un fondo per mitigare i costi della crisi energetica sul modello europeo

Il congedo dedicato dal Consiglio europeo del 21 ottobre a Mario Draghi è stato simile a quello dedicato a Angela Merkel nel 2021 dopo ben 16 anni di presenza

di Alberto Quadrio Curzio

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4' di lettura

Il congedo dedicato dal Consiglio europeo del 21 ottobre a Mario Draghi è stato simile a quello dedicato a Angela Merkel nel 2021 dopo ben 16 anni di presenza. Un filmato ha ripercorso il ruolo europeo di Draghi mentre il presidente del Consiglio europeo Charles Michel gli indirizzava un «Grazie, Mario. Ti auguriamo il meglio per il futuro. Whatever it takes» seguito da un «arrivederci». Questo riconoscimento conferma che Draghi aveva, e ha, un rilevanza istituzionale europea che va molto oltre la sua recente carica. Rilevanza con forti connotazioni globali. Alla presidenza della Bce per otto anni ha svolto anche un ruolo istituzionale per collocare la Uem e la Ue nel contesto internazionale. Questo ruolo si è visto adesso nell’emergenza-energia affrontata ripetutamente nei Consigli europei. Anche in quest’ultimo, situazione nella quale di solito un primo ministro a fine mandato non conta nulla.

Questo congedo richiama quello da presidente della Bce del 28 ottobre 2019 che, pur nella ovvia differenza, cifra la caratura europea di Draghi.

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È chiaro che il contesto politico ed economico dei due congedi è diverso, l’uno essendo alla conclusione di una crisi finanziaria, mentre quello odierno si verifica in piena crisi economica ed energetica causata dalla guerra e dopo due anni di pandemia. La similitudine sta però nel fatto che Draghi ha sempre dimostrato una prospettiva per la costruzione europea e mai per la difesa di un interesse nazionale o di subordinazione da uno Stato europeo per quanto forte. Il suo principio sempre affermato è che nel mondo del XXI secolo è molto meglio la cessione di quote di sovranità di uno Stato membro alla Ue e alla Uem piuttosto che perderla del tutto nella dimensione globale. Su questo principio Draghi ha operato.

Della presidenza Draghi alla Bce tutti ricordano la dichiarazione del 26 luglio 2012: «Nell’ambito del suo mandato, la Bce è pronta a fare tutto ciò che è necessario per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza». La decisione di Draghi sul quantitative easing con le annesse politiche monetarie sono state deferite alla Corte costituzionale tedesca e alla Corte di giustizia europea che ha dato ragione a Draghi e alla Bce. Un successo storico che poco si ricorda. Draghi non è però stato un “euro-centrico”, continuando a chiedere agli Stati politiche fiscali e riforme strutturali solide per dare maggiore consistenza all’eurozona. Nello stesso tempo segnalò che il coordinamento di politiche fiscali decentrate è molto complesso e che gli effetti di spillover tra Stati di singole politiche espansive erano deboli. Draghi, nel suo congedo nell’ottobre 2019, disse che era essenziale anche una «politica fiscale per l’euro-area di adeguata dimensione e configurazione. Ovvero grande abbastanza per stabilizzare l’unione monetaria ma disegnata in modo da evitare eccessivo azzardo morale dei singoli Stati». Questa è la prospettiva di uno statista europeo.

Angela Merkel nel congedo del 2019, ringraziando Draghi, ha confermato che egli nei Consigli europei ha chiesto ripetutamente che gli Stati membri si impegnassero di più per le riforme strutturali
con politiche finanziarie ed economiche per
la crescita durevole, ma anche con più
coordinamento delle stesse.

Questa visione di Draghi sulle complementarietà delle politiche monetarie e fiscali della Uem e degli Stati membri era già chiara nel novembre del 2011 nel suo discorso programmatico come presidente della Bce. Allora, dopo aver prospettato tre princìpi di comportamento della Bce (continuità, consistenza, credibilità), espresse una critica durissima al Consiglio europeo per il ritardo nel rendere operativo l’Efsf, cioè il primo fondo salva Stati della Uem che anticipava il Mes. Dunque la Bce non poteva supplire ai ritardi o agli inadempimenti delle istituzioni dell’eurozona.

Nei 13 Consigli europei i quali ha partecipato dal 2021 Draghi ha avuto un ruolo di riferimento, diventando il co-protagonista con la Francia di Emmanuel Macron e la Germania della Merkel fino al dicembre del 2021. Poi il duo Draghi-Macron ha avuto qualche problema con il Cancelliere Olaf Scholz che certamente non ha la caratura politica di Merkel. Tuttavia il binomio franco-italiano ha dato la direzione sul tema dell’energia al Consiglio europeo e quindi alla Commissione europea. Sono direttrici che Draghi aveva proposto già dalla primavera e che adesso ha riproposto con forza, sottolineando anche che c’è voluto troppo tempo e molto impegno per arrivare a queste conclusioni.

Le proposte dell’Italia erano rette da un principio cruciale: mantenere la Ue coesa, evitando la frammentazione delle decisioni e la concorrenza tra Stati che scassa il mercato interno in tema di energia. Si tratta della creazione di un corridoio per i prezzi del gas; il disaccoppiamento tra i prezzi di gas e quelli dell’elettricità; la necessità di strumenti comuni per contrastare il rincaro dei prezzi dell’energia su imprese e famiglie. Il Consiglio ha deciso in linea di principio. Spetterà alla Commissione e i ministri dell’Energia rendere operative queste decisioni. Su tutte ce n’è una a mio avviso molto importante anche se più complessa alla quale accenna Draghi. Quella che dovrà passare anche dall’Ecofin per creare un “Fondo comune” da finanziare con risorse europee per dare forza unitaria alla Ue per mitigare la crisi energetica.

Questa prospettiva sembra in linea con il progetto Breton-Gentiloni per creare un Fondo come il Sure che nella pandemia ha mobilitato 100 miliardi di euro di finanziamenti raccolti sui mercati per prestiti tesi a limitare effetti sulla disoccupazione. Adesso ci vorrebbe un Fondo analogo per mitigare la crisi energetica su famiglie e imprese. Questo Fondo potrebbe diventare un Ente funzionale europeo. Ci vorrebbe allora un Draghi in carica come nel 2011 quando attaccò la lentezza del Consiglio europeo nell’utilizzo del primo fondo salva Stati. Poiché questo Fondo (Efsf) esiste ancora ed è istituzionalmente molto snello come società di diritto lussemburghese perché non trasformarlo in una Energy financial stability facility o usarlo come modello?

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