Architetture europee/2

Un fondo virtuoso per unire l’Europa

di Benedicta Marzinotto

(Fotolia)

4' di lettura

Il dibattitto sul futuro dell’Europa economica sta lentamente prendendo quota. La partita è cruciale perché l’esito del confronto segnerà le politiche economiche dell’eurozona nei decenni a seguire. Circolano oggi due visioni che, con una qualche approssimazione, si possono classificare come la visione tedesca e quella francese.

La Germania è restia a qualunque condivisione dei rischi. Punta invece a meccanismi di mercato che inducano i meno virtuosi a controllare la crescita della spesa pubblica e a riformarsi. Nell’ipotesi di una nuova crisi finanziaria, il già esistente Meccanismo europeo di stabilità (Esm) offrirebbe prestiti a tasso agevolato ai governi in crisi di liquidità in cambio di un piano di riforme negoziato con le istituzioni europee, come avviene ora. L’Esm sarebbe però maggiorato della facoltà di monitorare le finanze pubbliche dei Paesi membri, accertarne la solvibilità ed eventualmente forzare la ristrutturazione del loro debito, di fatto sostituendo la Commissione europea.

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La Francia sostiene invece la creazione di un fondo specifico per l’area dell’euro che raccolga risorse attraverso una qualche tassa federale e le destini ai Paesi per sostenere spese d’investimento, uno strumento quindi comunitario a differenza dell’attuale Esm che deve invece la sua dotazione finanziaria alla buona volontà degli Stati membri.

In verità esiste una terza visione, quella del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che ha parlato al Parlamento europeo lo scorso 13 settembre. Juncker guarda più lontano, è aperto a una revisione dei Trattati, perfino a un allargamento dell’eurozona, critico nei confronti della proposta tedesca di demansionare la Commissione, ma anche scettico di fonte all’idea francese di un fondo destinato solo all’area euro. Propone invece di creare una voce specifica all’interno del già esistente budget comunitario, di fatto coinvolgendo l’intera unione nel supporto ai Paesi dell’euro in difficoltà, in vista di un allargamento.

Come orientarsi di fronte a queste possibilità di riforma? Una riforma dell’eurozona è insieme efficace e legittima se “parla” alle debolezze che derivano specificamente dall’esistenza dell’unione monetaria ovvero ai problemi che non esisterebbero né in forma lieve né importante se l’Euro non ci fosse. L’area euro è ancora vulnerabile. Un’improvvisa crisi di fiducia sui mercati è destinata a imporre dei costi sui Paesi più deboli, cioè quelli ad alto debito, maggiori di quanto accadrebbe in un contesto in cui ciascun Paese avesse conservato la propria moneta.

Viene fatta qui una proposta. Si suggerisce di creare un fondo anti-crisi non permanente che venga attivato solo in periodi di stress finanziario quando i Paesi deboli vedono galoppare i costi di rifinanziamento, mentre quelli più forti registrano significativi guadagni in termini di interessi ridotti sulle nuove emissioni di titoli di stato. Una parte di questi risparmi potrebbe essere devoluta, in uno spirito di solidarietà, ai Paesi deboli sotto attacco. I fondi potrebbero essere veicolati attraverso lo stesso Esme il trasferimento perpetuato per tutta la durata della crisi. Le quote così redistribuite all’interno dell’eurozona compenserebbero i più deboli di una vulnerabilità amplificata dall’unione monetaria, senza però indebolire l’incentivo di ciascuno a ridurre lo stock di debito pubblico e a riformarsi. Insomma, nessun azzardo morale. L’idea è simile a quella già avanzata da Adam Lerrick dell’American Enterprise Institute che prevede però che tali trasferimenti siano restituiti al rientrare nella crisi, mentre qui si propone che siano a fondo perduto.

Il fondo anti-crisi qui proposto, per le sue dimensioni, sarebbe probabilmente incapace di spegnere però il circolo vizioso tra banche e debito sovrano. La proposta tedesca di limitare la quota massima di titoli di stato nei bilanci delle banche è ricevibile solo a due condizioni. Primo, è necessario ci sia sul mercato un asset sicuro da usare come collaterale per raccogliere liquidità (circolano varie proposte in questo senso). Secondo, ci devono essere dei tempi di transizione che potrebbero procedere con la progressiva accumulazione di uno schema europeo di assicurazione sui depositi. Invece una procedura che riconosca un Paese come insolvente e gestisca la ristrutturazione del suo debito esporrebbe Paesi ad alto debito come l’Italia a una speculazione letale.

Rimane il problema degli effetti di un’eventuale crisi sull’economia reale. Serve quindi anche uno strumento per la crescita. La Francia propone di finanziare un simile fondo attraverso una tassa federale. Si sottovalutano le potenzialità del budget comunitario. Il budget viene pre-allocato all’inizio di ogni prospettiva finanziaria per i successivi sette anni e i fondi elargiti solo a conclusione di ogni singolo programma di investimento. Si propone di introdurre la possibilità di distribuire una quota di questi fondi a pioggia, in periodi di stress finanziario, raccogliendo capitale sui mercati con il budget comunitario a garanzia per un valore non superiore ai fondi già pre-allocati al Paese in difficoltà e non ancora utilizzati. Un simile strumento sarebbe preferibile a strumenti per finanziare l’investimento quali i project bond che tendono a funzionare soltanto in tempi normali. Inoltre sarebbe anche a disposizione dei Paesi non membri dell’euro in quello spirito non divisivo che Juncker ha evocato nel suo recente discorso.

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