Neyves

Un Fumin fatto di passione: piccole cantine valdostane crescono

di Alberto Annicchiarico


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3' di lettura

Il vino sa parlare di chi lo produce, a chi sa ascoltarlo. È così che, sorseggiando un Fumin puoi scoprire il carattere diritto di Elio Ottin, viticultore per pura passione. Tanto determinato da fargli lasciare, esattamente vent'anni fa, un lavoro sicuro da dipendente pubblico, alla Regione Val d'Aosta, per dedicarsi interamente alle sue vigne.

Anno 1999. L'azienda di Neyves, a pochi minuti dal capoluogo, si espande e arriva a una superficie di 13 ettari, di cui 4 a vite, 4 a meleto e 5 a pascolo. Nel 2000 parte il progetto per la costruzione del nuovo complesso che comprenderà una stalla, una cella frigo, un magazzino e la casa. Elio lavora su tre fronti (ci sono anche il latte e le mele) e conferisce la sua uva alla Cave des Onze Communes della vicina Aymavilles. Ma è nel 2007 che la cantina decolla definitivamente ed Elio Ottin si mette in proprio per coronare un sogno: il suo nome sull'etichetta. Si parte con 30mila bottiglie e tre vini: la Petite Arvine, il Pinot Noir e il Torrette Superieur.

Negli anni successivi la gamma viene rinforzata con l'arrivo del Fumin (vitigno autoctono vinificato in purezza) e nel 2011 dal Nuances, selezione di Petite Arvine vinificata in legno. Nel 2009 i vini Ottin entrano nel catalogo della distribuzione Cuzziol Grandi Vini, che ne gestisce tutt'ora la vendita in Italia e nello stesso anno viene inaugurata la nuova cantina (originariamente il locale di vinificazione era diviso con altri due produttori locali all'interno della azienda agricola Rosset Terroir, a Quart), situata esattamente sotto casa. Uno spazio ancora piccolo ma ben organizzato che negli anni si completerà e nel 2015, con l'ultimo ampliamento, definisce la cantina di Elio Ottin, che oggi può contare su circa otto ettari di vigna, 50mila bottiglie di produzione e sul lavoro prezioso del figlio Nicolas.

Nicolas Ottin

Una cantina tutto sommato molto giovane, entrata nel suo dodicesimo anno di vita, e senza pedigree, senza una genealogia da esibire. Ma con un quid, subito riconoscibile. “E però - ammette Elio, schernendosi un po' - stiamo ancora imparando, a volte procediamo per tentativi, a volte commettiamo degli errori. Anche perché nessuna vigna è uguale a un'altra, nessuna vendemmia è uguale a quella precedente”.

Esclusi i peccati di gioventù di una produzione che può soltanto crescere ed è già molto apprezzata in Italia e all'estero, i vini di Elio e Nicolas Ottin hanno un buon potenziale. A me sono rimasti ben impressi nella memoria, in particolare, Pinot Noir, Fumin e Petite Arvine.

La degustazione
Il primo, dalle tipiche sensazioni di muschio e terra battuta. Intenso e perfino sensuale, si muove tra emozioni fruttate e minerali. Il cuoio, l'arancia rossa, il bosco umido al mattino presto. Rispecchia pienamente le caratteristiche del Terroir valdostano. «Mio padre - ricorda Elio - era un amante del Pinot Noir. A quell'epoca nessuno tendeva a vinificare questo vitigno in purezza in quanto discostava tanto dai classici vitigni valdostani. Lui invece sì, amava quel vino e vendeva le poche bottiglie prodotte ai ristoranti della zona. La mia passione viene da lì, la mia passione viene da lui». 


Quanto al Fumin, vitigno autoctono valdostano di cui si ha notizia sin dal 1700, è stato il primo incontro con i vini di Ottin. Così intenso, pieno, ricco di profumi, di cortesia e montanara ruvidità. «Un vino controverso - spiega Elio - capace di portarci però là dove nessun altro ci ha mai portato prima. Note di marasca, more e cassis poi cioccolato e scatola di sigari (vero! ndr). Al sorso sorprende per leggerezza e dinamismo. Ricorda la terra, ricorda la fatica e la speranza di chi, ancora incompreso, prova a esternare il suo talento, la sua capacità di essere unico. E vero».

Infine la gentile e profumata Petite Arvine, origini svizzere, dal Vallese. Vitigno importato in Valle d'Aosta intorno alla metà del secolo scorso dal canonico Joseph Vaudan, guida e artefice della ripresa vitivinicola valdostana. Questo bianco, ottimo anche da aperitivo, parla di frutta e fiori, «dall'ananas - precisa Elio - al rabarbaro passando dal pompelmo alla profondità minerale iodata e pietrosa con qualche ritorno di erbe di montagna fresche. Dopo la deglutizione rimane l'equilibrio di un vino pieno, sapido ed estremamente gradevole».

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