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Un giorno per la terra: la sfida della crescita verde

Le emissioni di CO2 non si fermano, si cercano regole per promuovere l’economia sostenibile e gli investimenti puliti. Le iniziative per l’Earth Day.

di Jacopo Giliberto

(AdobeStock)

9' di lettura

Un numero — le 421,36 parti per milione rilevate dall’osservatorio di Mauna Loa sulle isole Hawaii — può essere scelto come metro della febbre generata alla Terra dalla nostra sciagurata e amata razza umana.

La Giornata mondiale della Terra, l’Earth Day, dal 1969 viene ricordata ogni 22 aprile e per ricordare la ricorrenza del 2021 potrebbe essere usato questo numero della presenza della CO2, l’anidride carbonica, nell’aria che avvolge il pianeta; e 421 parti per milione rilevate a fine marzo corrispondono allo 0,042% di anidride carbonica nella composizione dell’atmosfera.

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Gli eventi in programma per ricordare la ricorrenza sono decine in Italia, centinaia nel mondo. In Italia gli eventi sono riassunti nel sito dell’organizzazione One People One Planet , con un palinsesto di 13 ore di streaming diretto da Gianni Milano sul canale televisivo digitale RaiPlay.

Lo stato di salute del globo può essere misurato in tanti modi, con le tossine che iniettiamo nelle sue vene profonde o nei mari, con la scomparsa di specie viventi, con la spazzatura abbandonata, ma la misurazione più semplice da comunicare è la temperatura climatica, in senso stretto (di quanti decimi di grado si scalda l’aria del mondo) e in senso esteso (quanto cresce l’anidride carbonica, cui è legata la temperatura).

Di stagione in stagione, con le oscillazioni generate dai cicli vegetativi, la CO2 continua a crescere nell’aria, immessa dalla geologia dei vulcani, dalla biologia della respirazione dei vegetali e degli animali, ma immessa nell’aria anche dalle ciminiere e dai tubi di scappamento. È già lontano nel passato quel 2016 in cui venne superata la soglia psicologica di 400 parti per milione, poi 410, poi 420.

I diciassette obiettivi sostenibili

L’Onu nel settembre 2015, tre mesi prima di firmare l’Accordo di Parigi sul Clima, delineò con 193 stati i 17 Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals) da raggiungere entro il 2030. I 17 obiettivi sono spesso raffigurati come un mosaico di immagini colorate, oppure sono riassunti nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

La sostenibilità delineata dall’Onu non è solamente quella ambientale; la sostenibilità dev’essere anche umana, etica, economica. Primo, no povertà; secondo, zero fame e così via in ordine non di importanza: obiettivi di salute, lavoro e occupazione, giustizia, istruzione, vita nei mari e sulla terra, uguaglianza di genere, infrastrutture, acqua, urbanizzazione, consumi sostenibili, uguaglianza sociale, crisi climatica, energia affidabile e pulita, ambiente e così via.

Sono obiettivi ancora lontani. Qualche esempio. Fra gli obiettivi c’è la disponibilità di energia sicura e pulita: per gran parte dell’umanità la cottura dei cibi avviene con fornelli di ferro alimentati da legna raccolta.

Nel frattempo in questi giorni i consumi mondiali di petrolio sono tornati a superare i 90 milioni di barili al dì e a tendere si raggiungeranno i 100 milioni e la Cina ha appena raggiunto e bruciato il massimo storico nell’uso del carbone. Si cresce, a qualunque costo. Sostenibili sì, ma non tutti e non dovunque.

Mai così tanto benessere (in troppa miseria)

Superati i 7 miliardi di persone, ormai sono ridotte a sacche di povertà estrema la fame nera e le malattie che per millenni hanno tormentato tutta l’umanità tranne una minuscola quota di ricchi. Bastava la scorreria dei masnadieri che incendiassero le colture di spighe mature; il passaggio di locuste; una scabbia più feroce; la grandine distruggitrice o un’alluvione, ed era la certezza di una strage per fame, con i bambini con le pance gonfie di fame e tese come tamburi, le mosche insolenti sugli occhi. Oggi ciò accade in luoghi limitati e per una frazione minore della popolazione. Sempre troppo, ma accade molto molto meno di qualche anno fa.

Nel 1820 il 94% della specie viveva nella povertà più totale, oggi il 10%. L’analfabetismo riguarda ormai solamente il 14% della razza. Duecent’anni fa quasi metà dei bambini non riusciva a superare l’età di 5 anni, con una mortalità infantile del 47%; oggi nel mondo questo destino ingiusto riguarda il 4%.

Miliardi di esseri umani sono usciti dalla miseria e hanno abiti (di poliestere), telefonini, bevande sterili imbottigliate (plastica Pet) invece dell’acqua fangosa presa all’abbeverata, calzature (di poliuretano), flaconi (di polietilene) pieni di detersivi (tensioattivi) per lavare i vestiti e per l’igiene personale, facilità nello spostarsi su veicoli a motore (con benzina o gasolio), alimenti non deperiti (in buste di plastica). Ci sono ancora sacche di miseria profonda, ingiustizie insopportabili, disuguaglianze indigeribili; ma l’umanità in tutta la sua storia non è mai stata così ricca, sana e longeva quanto in questi anni, epidemia compresa.

Bruciamo un pianeta e mezzo

Qual è il contraccambio di questa riduzione delle diseguaglianze? La risposta alla domanda si può riassumere: ogni anno consumiamo più di un pianeta e mezzo.
C’è un calcolo spannometrico condotto dal National Footprint & Biocapacity Accounts che stabilisce qual è l’Overshoot Day, cioè il giorno dell’anno nel quale sono state esaurite le risorse biologiche naturali del pianeta che si rinnovano ogni anno e l’umanità comincia a usare le scorte aggiuntive nascoste nei giacimenti e negli elementi. Dagli anni 70 questa data, che in genere cade in estate, continua ad anticiparsi.

Nel 2019 il giorno delle risorse esaurite era caduto a fine luglio, e cioè gli esseri umani usano l’80% in più di risorse rispetto a quelle rinnovabili. In senso di grande efficacia divulgativa si dice che abbiamo consumato 1,8 volte il pianeta Terra. (Ovviamente non è vero; anche le risorse aggiuntive vengono dal pianeta). Nel 2020, poiché la lotta contro il virus ha portato a consumare meno risorse, l’umanità ha ritardato questa scadenza al 22 agosto; l'umanità ne ha usato il 60% in più rispetto a ciò che può essere rinnovato, 1,6 pianeti.
«Esiste un solo pianeta Terra, eppure da qui al 2050, se non modifichiamo il nostro sistema di produzione e consumo da “lineare” a “circolare” consumeremo risorse pari a tre pianeti. Quindi bisogna operare sulla riduzione dei rifiuti, sulla riduzione dell'uso delle materie prime ed incentivare le materie prime seconde», commenta Alessia Rotta, presidente della commissione Ambiente alla Camera.

I disastri veri e quelli esagerati

Per spiegare l’impatto che l’uomo ha sul pianeta molti ricorrono ai dati sui disastri e le catastrofi. I dati delle due maggiori compagnie di riassicurazione, Swiss Re e Munich Re, riportano cifre in continua crescita per i danni da alluvioni, eventi climatici eccezionali e così via. L’interpretazione ricorrente è che aumenti la frequenza dei disastri, e che la causa sia un effetto della malvagità dell’uomo. Ne fa cenno lo studioso statunitense Michael Shellenberger nel nuovo libro «L’apocalisse può attendere» (Marsilio), in cui si analizzano gli errori e i falsi allarmi dell’ecologismo radicale.

È un luogo comune che si sente ripetere a ogni catastrofe (e da un anno viene detto anche per l’epidemia virale) la frase che questi disastri siano una vendetta della natura, una sua ribellione; o che all’origine di frane e allagamenti ci sia sempre l’uomo, l’abusivismo edilizio, la pessima gestione del territorio, la cementificazione, lo sfruttamento delle risorse.

Un esempio viene dall’Amnesty International con il nuovo «Rapporto 2020-2021. La situazione dei diritti umani nel mondo» (Infinito Edizioni), secondo cui «calamità, aggravate dal riscaldamento globale e dall'instabilità climatica, hanno avuto un pesante impatto sul godimento di vari diritti, tra cui quelli alla vita, al cibo, alla salute, all'alloggio, all'acqua e agli impianti igienici, per milioni di persone».

In qualche caso è vero; la colpa dei disastri viene dall’uomo. Nella maggior parte dei casi, invece, no.
I disastri naturali sono sempre gli stessi, le frane che tormentano le colline e le montagne, i fondovalli allagati, i terremoti.

Le compagnie di riassicurazione sono quelle che assicurano le compagnie normali. Ecco una breve spiegazione in termini volutamente semplicistici. Le assicurazioni hanno le spalle larghe per ripagare i danni normali, la perdita di un raccolto per grandine o la fessurazione di un edificio per un terreno cedevole, ma non hanno riserve economiche tali da poter assicurare i danni di tipo catastrofico e collettivo come la perdita di case, colture e altri beni di un’intera provincia allagata.

Così anche le assicurazioni si assicurano con le compagnie di riassicurazione. Secondo Munich Re, nel 2019 le catastrofi naturali hanno causato perdite complessive di 150 miliardi di dollari, inclusi i circa 52 miliardi di dollari di perdite assicurate. Il mercato si aggira fra i 30 e i 40 miliardi di dollari, dice la Swiss Re. Perché i danni da catastrofe aumentano?

La lettura ambientale c’è, ma è diversa da quello che potrebbe sembrare. Gli eventi disastrosi sono costanti nel numero (e spesso anzi calano) ma sono assai peggiori i loro danni economici. Secondo Swiss Re i mutamenti climatici non stanno facendo aumentare il numero dei disastri ma, come aveva detto anni fa l’amministratore delegato Christian Mumenthaler, l’aumento dei danni è la crescita economica e il fatto che si costruisca sempre di più.

Cinquanta o venti anni fa le alluvioni o gli uragani colpivano vallate abitate da pochi miseri contadini, scoperchiavano casupole disadorne. Oggi quelle stesse vallate e quegli stessi Paesi sono fitti di strade, scuole, edifici arredati, macchine agricole, linee elettriche, attività produttive, magazzini, negozi, allevamenti, automobili, furgoni. Il valore è più alto. Ed è qui l’impatto ambientale dell’uomo. Non nello scatenare i disastri, bensì dell’esserne più esposto. Secondo uno studio divulgato una decina di anni fa da Fabian Barthel ed Eric Neumayer della London School of Economics, l'aumento della vulnerabilità ambientale e territoriale dipende molto anche dall’eccessiva urbanizzazione e dalla crescita della popolazione.

La ricchezza non misurata: la natura

C’è però una ricchezza difficile da misurare, ed è il capitale naturale. Cioè i servizi essenziali forniti dall’ecosistema. Come esprimere in termini economici il valore di un bene come l’aria da inalare a ogni respiro, o l’acqua per bere? La nostra prosperità economica e il nostro benessere, ma anche la sopravvivenza, dipendono dal buono stato del capitale naturale. La perdita di biodiversità può indebolire un ecosistema e compromettere la fornitura di tali servizi. Per questo motivo, è molto importante effettuare quantificazioni biofisiche e stime monetarie per misurare lato i costi ambientali associati alla perdita della biodiversità e al contrario i benefici dati dalla biodiversità.

Un allarme viene dal nuovo Global Biodiversity Outlook, il quinto prodotto dalla Convenzione sulla diversità biologica e pubblicato nel 2020. Secondo il rapporto, l’umanità è a un bivio per quanto riguarda il lascito che consegniamo alle future generazioni. La biodiversità sta declinando a un livello senza precedenti e le pressioni che guidano questo declino si stanno intensificando.

La società cambia verso il verde

La parte ricca del mondo — quella che non soffriva la fame e gli altri miliardi di persone che sono emerse dal buio del medioevo negli ultimi anni — superato il bisogno immediato della sopravvivenza si pone il problema della qualità migliore dell’ambiente in cui vive. I consumatori di tutto il mondo stanno spingendo l’economia e la politica verso soluzioni di sostenibilità, e i grandi flussi di denaro, come osserva il rapporto Cerved nel Rapporto Italia Sostenibile, vanno verso i progetti sostenibili. Dice lo studio: i crescenti flussi di finanza Esg potrebbero finanziare la transizione digitale e ambientale e innescare una ripresa sostenibile, tuttavia in Italia solo poche centinaia di imprese hanno la capacità di intercettare questi flussi finanziari verdi e la massa delle piccole e medie imprese rischia di rimanere ai margini.

Quali sono gli interventi sostenibili? Il centro ricerche Ref di Milano ha appena chiuso una ricerca (il position paper numero 178) sulla decarbonizzazione totale delineata dall’Agenzia internazionale dell’energia.
Secondo gli analisti del Ref, se si studiano le previsioni dell’agenzia parigina si può capire che il 27% della decarbonizzazione verrà dalla produzione di elettricità da fonti rinnovabili, il 20% dall’efficienza energetica, un altro 20% dall’elettrificazione degli usi finali (per esempio, riscaldare e cuocere con l’elettricità invece che con il gas), il 15% dalla cattura delle emissioni di CO2, il 6% dall’idrogeno verde e blu, il 12% dalle bioenergie sostenibili.

L’Environmental Defense Fund, un’organizzazione internazionale non governativa che sta studiando con attenzione la transizione energetica, ha deciso di analizzare il fenomeno delle dispersioni fuggitive di metano, il quale ha una capacità di riscaldamento del clima decine di volte superiore all’anidride carbonica.
Attraverso la sua controllata MethaneSat, l’Edf ha firmato un accordo con l'azienda aerospaziale statunitense SpaceX del vulcanico Elon Musk per lanciare in orbita fra un anno e mezzo un satellite capace di scoprire i punti in cui il metano sfugge da gasdotti, flange, guarnizioni industriali, giacimenti mal gestiti, stoccaggi, valvole. Un altro tema, presentato da Edf in occasione di un webinar organizzato dagli Amici della Terra (associazione ecologista attenta al tema delle emissioni fuggitive di metano), è quello degli strumenti di mercato capaci di ridurre le emissioni di metano dalla filiera del gas e Julius Ecke ha presentato uno studio di Enervis sui potenziali effetti e vantaggi nell’imporre un prezzo per le emissioni di metano upstream, sia prodotte internamente che importate dai paesi fornitori. Secondo il rapporto, far pagare un prezzo per le emissioni di metano upstream associate al gas naturale che entra nell'Ue potrebbe ridurre tali emissioni fino all'80%.

Una tassonomia contro i millantatori

Gli studi di Cerved, Ref, Edf, Amici della Terra dicono che bisogna saper leggere bene quali investimenti aiutano l’ambiente e quali no. Catturare la CO2, l’energia nucleare che non emette anidride carbonica, sostituire l’inefficiente e inquinante carbone con il più efficiente e meno inquinante metano apportano un miglioramento dell’ambiente o un beneficio economico e sociale alla collettività? Sicuramente. Ma dipende dalle condizioni in cui ciò avviene; dipende dalla qualità delle condutture che portano il metano senza disperderlo nell’aria, dal modo in cui si usano le biomasse, dalla tecnologia nucleare adottata, dalla gestione delle fonti rinnovabili e così via.
Un esempio per tutti: da tempo vengono denunciati i casi di abbattimenti di aree boschive per istallare distese di pannelli fotovoltaici, casi in cui il beneficio ambientale è difficile da dimostrare.

Per questo motivo l’Europa sta lavorando sulla “tassonomia”, cioè i criteri per poter distinguere quali investimenti rientrano nei progetti europei di uscita dalla crisi sanitaria ed economica.

Poiché i mercati e i grandi flussi finanziari esigono una certificazione di sostenibilità degli investimenti cui si rivolgono, ogni progetto vanta grandissime virtù ambientali. Ma sono vere virtù o sono millanterie? Quando il metano, il nucleare, le rinnovabili, le bioenergie, l’idrogeno apportano un beneficio ambientale, quando invece non portano benefici sostenibili ma almeno non arrecanno danni, e quando invece sono un danno all’ambiente o un danno alla società umana? Sono le domande del dibattito verde dei prossimi anni.


Riproduzione riservata ©

  • Jacopo Gilibertogiornalista

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: ambiente, energia, fonti rinnovabili, ecologia, energia eolica, storia, chimica, trasporti, inquinamento, cambiamenti climatici, imballaggi, riciclo, scienza, medicina, risparmio energetico, industria farmaceutica, alimentazione, sostenibilità, petrolio, venezia, gas

    Premi: premio enea energia e ambiente 1998, premio federchimica 1991 sezione quotidiani, premio assovetro 1993 sezione quotidiani, premio bolsena ambiente 1994, premio federchimica 1995 sezione quotidiani,

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