il conte BIS

Un governo europeo, non fatto in Europa

di Sergio Fabbrini


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Ansa

4' di lettura

Dice la (nuova) opposizione: «Il (nuovo) governo Conte è stato fatto in Europa. È un governo europeo per fare gli interessi della Germania e della Francia, non dell’Italia». Questa interpretazione, della soluzione della crisi governativa italiana, costituirà il leit motiv della (nuova) opposizione, la linea-guida della sua campagna elettorale. Stanno così le cose? A me non pare. È vero che si tratta di un governo europeo, ma non nel senso inteso dalla (nuova) opposizione. Per almeno tre ragioni.

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Primo. Dal Trattato di Maastricht del 1992, l’Unione europea (Ue) non è più un ambito di politica estera, ma di politica interna. La politica europea viene decisa dal presidente del Consiglio e dal ministro dell’Economia, con l’aiuto del ministro degli Affari europei, e non più dal ministro degli Affari esteri. Tant’è che quest’ultimo (che non può usare il ministero come sede per le riunioni dei ministri del proprio partito) ha una responsabilità primariamente internazionale. Solo una visione primitiva può condurre a pensare che il rapporto tra il nostro Paese e l’Ue (e l’Eurozona in particolare) sia a somma zero, se vince l’uno perde l’altro. L’Ue e l’Eurozona sono costituite anche da noi, il loro funzionamento richiede rapporti di reciproca fiducia tra gli Stati membri e le istituzioni comuni. Il nuovo governo è europeo in quanto è guidato da persone che sono consapevoli della compenetrazione tra Roma e Bruxelles. A cominciare dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, un europarlamentare (e non già un eurocrate) che ha presieduto con competenza ed efficacia la Commissione economia e finanza del Parlamento europeo. Naturalmente, riconoscere tale compenetrazione non significa accettare la governance adottata per organizzarla.

Quella governance produce effetti asimmetrici tra Paesi del nord e del sud e soprattutto è divenuta (per via della sfiducia prodotta dalla crisi dell’euro) un sistema di crescente centralizzazione regolativa delle politiche economiche nazionali. È qui che bisognerà intervenire, non solamente rivendicare una maggiore flessibilità nell’interpretazione del Patto di stabilità e crescita. Un intervento, però, che sarà tanto più credibile quanto più sarà accompagnato da scelte coerenti al nostro interno, capaci di favorire insieme crescita economica e sostenibilità del debito pubblico. Altroché le chiacchiere di Borghi e Bagnai.

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Secondo. Se è vero che l’Ue fa parte della nostra politica interna, è anche vero che quest’ultima deve far parte della politica europea. Ciò significa che l’Eurozona, in particolare, dovrà avviare una riforma per superare il modello univoco di convergenza che si è imposto nel corso della crisi dell’euro. Modello coerente con le strutture di alcuni Paesi ma non di altri. È bene che Bruxelles si aspetti riforme da parte di Roma, ma è bene che anche quest’ultima chieda a Bruxelles di fare altrettanto. La presenza di Paolo Gentiloni nella Commissione europea non è una garanzia per ottenere più flessibilità per l’Italia, bensì per fare avanzare la riforma della governance europea (i commissari, ricordiamolo, rappresentano l’Ue e non già i loro Paesi di provenienza). I due processi riformatori (interno ed esterno) debbono andare avanti insieme. Soprattutto debbono essere reciprocamente coerenti. L’Eurozona deve avviare politiche di investimento infrastrutturale e di protezione sociale (oltre che concludere l’unione bancaria e dei capitali), dotandosi di un’autorità politica e fiscale indipendente dai suoi stati membri. Il nuovo governo italiano dovrà aiutare la riforma dell’Eurozona convergendo necessariamente con il governo francese di Macron, così da spingere la Germania ad uscire dalla logica difensivista in cui si è imprigionata (e ha imprigionato l’intera Eurozona). Altroché governo (quello nuovo) al servizio di Berlino.

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Terzo. La compenetrazione tra Italia e Ue non riguarda solamente le politiche economiche, ma anche la struttura degli interessi. Dal punto di vista di quelli geopolitici, l’approccio sovranista del governo precedente aveva portato all’allontanamento dell’Italia dai nostri partner naturali (i Paesi dell’Europa occidentale-continentale insieme a cui abbiamo avviato il processo di integrazione), avvicinandoci a Paesi (come l’Ungheria e la Polonia) con una visione dichiaratamente anti-integrazionista. Ciò in nome di un’ideologia sovranista (che ha le sue radici nel nazionalismo) che ritiene inconciliabile la sovranità nazionale e quella europea. Una convergenza ideologica difficile da giustificare in un Paese, come il nostro, che ha inventato il fascismo. Dal punto di vista degli interessi geoeconomici, il sovranismo del precedente governo aveva messo in discussione sia l’integrazione monetaria (con minacce periodiche ad uscire dall’euro) che quella economica (presentando il mercato unico come un complotto franco-tedesco per condizionare la nostra libertà). Come poteva conciliarsi questa visione con gli interessi economici, finanziari, sociali, culturali del nostro Paese, da decenni intrecciati con quelli degli altri Paesi europei? Una gran parte della struttura produttiva del nostro Paese (non solo del centro-nord) è collegata alle catene di valore dell’industria europea (non solo tedesca), il nostro potenziale di sviluppo è correlato allo sviluppo degli altri Paesi europei. E viceversa. Altroché governo (quello nuovo) che tradisce gli interessi dell’Italia.

Insomma, il nuovo governo Conte, se vuole essere discontinuo con il vecchio governo Conte, non può che essere un governo europeo. Un governo europeo è tale se riconosce le interdipendenze strutturali tra l'Italia e gli altri Paesi europei, interdipendenze che a loro volta possono (e debbono) essere diversamente governate. Per fare questo ci vogliono nuove idee, oltre che un nuovo esecutivo e nuovi ministri. E soprattutto ci vuole una nuova narrativa che convinca i cittadini italiani a considerare la complessità come un'opportunità, non solo come un vincolo. E' bene che i mercati abbiano salutato positivamente il nuovo governo (ci fa risparmiare parecchi miliardi), ma non è un bene che la maggioranza dei cittadini non la pensi altrettanto. A questo serve la politica (italiana ed europea). Dovrebbe far capire subito di aver capito bene.

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