Governance planetaria

Un governo globale per affrontare Covid e clima che cambia

di Mario Baldassarri

(Choat - stock.adobe.com)

4' di lettura

Al G20 di Roma e alla Cop26 di Glasgow sono emersi timidi segnali positivi su temi “globali” come la pandemia e il riscaldamento del pianeta dovuto alle emissioni di CO2. Ancora una volta però è apparso chiaro che manca un “governo globale”. Le Nazioni Unite sono una grande assemblea parlamentare, il G20 è una grande assemblea condominiale. È invece urgente avere un Comitato esecutivo (un nuovo G8) che metta sullo stesso tavolo tutte le grandi aree del mondo per concordare decisioni comuni e impegnarsi a rispettarle.

Un’antica parabola della teoria economica dei beni pubblici-collettivi riferisce di una isola infestata da serpenti velenosi e abitata da cinque tribù in lotta tra loro. Nessuna tribù vuole assumere l’onere di combattere i serpenti per non fare un evidente effetto “esterno” positivo e gratuito alle altre. Vincono i serpenti e le cinque tribù vengono sterminate.

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Covid e ambiente ne sono la dimostrazione più concreta e più evidente.

Sul pianeta Terra vivono oltre 7 miliardi di persone. Tre miliardi nelle aree avanzate possono usare le vaccinazioni contro il Covid. Quattro miliardi del terzo e quarto mondo non possono né produrre, né distribuire, né iniettare i vaccini. Questi diventano un enorme bacino sperimentale per il Covid che potrebbe mutare in varianti pericolose e forse più forti degli attuali vaccini. È evidente che siamo di fronte a una corsa contro il tempo per la quale occorre una decisione globale: come trasferire a quei quattro miliardi di persone risorse economiche e vaccini e come organizzarne la logistica di distribuzione e di inoculazione. Senza questo il Covid rischia di essere un boomerang: cacciato dalla porta ci rientra dalla finestra nel giro di pochi anni. È positivo che si sia deciso di trasferire al terzo mondo 1 miliardo di dosi di vaccino. Il problema però è come produrre e distribuire nel mondo 10 miliardi di dosi all’anno almeno per i prossimi cinque anni.

Sull’ambiente occorre partire dai dati, distinguendo tra l’attuale stock accumulato dall’inizio dell’industrializzazione a oggi e i “flussi” di emissioni di CO2 che si aggiungeranno da oggi in poi. L’attuale stock è stato così determinato nei decenni passati: gli Stati Uniti hanno prodotto il 25% del totale, l’Unione Europea il 22%, la Cina il 13%, l’India il 3 per cento. Su questi dati poggia il ragionamento/accusa dei Paesi emergenti verso quelli industrializzati. Stati Uniti ed Europa soprattutto hanno inquinato il mondo per circa il 50% dello stock attuale e adesso che sono benestanti vogliono imporre limiti all’inquinamento degli altri. Questi Paesi non sono disponibili a bloccare il loro sviluppo per ridurre le emissioni e comunque tendono a spostare molto avanti nei decenni gli obiettivi di limitazione.

Calcolati sulla base dei territori di produzione di beni e servizi, i “flussi” di emissioni di CO2 , nel presente e nel futuro, sono oggi determinati per il 28% dalla Cina, per il 15% dagli Stati Uniti, per il 9% dall’Unione Europea e per il 7% dall’India. Qui le posizioni sulle responsabilità presenti e future potrebbero in parte essere rovesciate.

Se però calcoliamo le emissioni, non in base a dove vengono “prodotti” beni e servizi ma in base a dove quegli stessi beni e servizi vengono “consumati”, allora si vede che i flussi di CO2 sono dovuti per il 18% agli Stati Uniti, per l’8% all’Unione Europea, soltanto per il 6% e 2% rispettivamente a Cina e India e per il 66% al resto del mondo.

Questa è la più clamorosa conferma che la Cina è diventato il grande produttore-inquinatore-diretto del mondo, ma i suoi beni e servizi sono “consumati” prevalentemente in America e nel resto del mondo che diventano quindi “inquinatori-indiretti”.

Ecco allora che assistiamo allo stallo delle decisioni, a un esercizio di masochismo collettivo con un tiro alla fune tra chi ha determinato lo stock di inquinamento nel passato e chi determina i flussi presenti e futuri, tra produttori-inquinatori-diretti e consumatori-inquinatori-indiretti.

Nel frattempo, i serpenti velenosi aumentano e si rischia che vincano sia verso la tribù dei produttori che verso la tribù dei consumatori.

Ecco perché occorre un nuovo G8 perché la transizione tecnologica ambientale costa, non solo come vincoli precisi da definire, ma anche come investimenti da fare con trasferimenti di risorse e tecnologie dai Paesi avanzati agli altri e solo un governo “globale” può assumere decisioni condivise e rispettate.

In tutto questo, infine, c’è un convitato di pietra, incombente, noto a tutti ma mai nominato: l’energia nucleare. In prospettiva la fusione nucleare è la soluzione definitiva del problema ma, se tutto va bene, arriverà tra trent’anni. La transizione pertanto deve poggiare anche su quella attuale di quarta generazione che dicono sia “pulita”. La Francia ha già oggi 60 centrali nucleari, inquina meno, ha energia elettrica a prezzi bassi e ce la vende a noi in Italia a prezzi alti. E nel frattempo la Cina ha annunciato un programma di 50 centrali nucleari che dovrebbero sostituire quelle a carbone ma… nel lungo, lungo termine.

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