intervista

«Un grande salto, restano troppe incognite»

di I.B.


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2' di lettura

«È un grande salto, passare dalla A-low alla BBB-high». A dirlo è Fergus Mc Cormick, co-responsabile dei rating sovrani globali e chief economist in Dbrs.

Proprio ora che l’Italia cresce attorno all’1% e si avvia a soluzione il nodo Mps ed è pronto un fondo pubblico da 20 miliardi per le banche... perché ora?
La rapidità della formazione del Governo Gentiloni e i primi passi su Mps e il fondo salva-banche sono apprezzabili ma resta l’incertezza, troppe incognite. C’è il rischio che il cammino dell’implementazione delle riforme rallenterà e che ci vorrà più tempo per varare riforme aggiuntive che servono per rafforzare una crescita e una produttività che sono troppo gracili. E poi non è affatto chiaro come verrà concretamente risolto il problema del Monte, c’è voluto tanto tempo prima che venisse affrontato il deficit di capitale del Monte e va chiarito il funzionamento della direttiva Brrd. L’incertezza non aiuta le prospettive di crescita.

Sul piatto 20 miliardi ci sono.
Manca all’Italia un approccio sistemico come quello di Spagna e Irlanda, con una sola operazione hanno risolto il problema dei Npl nell’intero settore bancario.

Serve all’Italia una bad bank come quella spagnola?
L’istituzione di Nama in Irlanda e Sareb in Spagna è servita per affrontare rapidamente e in maniera sistemica una grande debolezza di questi paesi. Ha funzionato. Se l’Italia crescesse di più, il portafoglio dei Npl sarebbe gestito più facilmente e per le banche sarebbe più semplice ricapitalizzarsi. Si torna sempre lì, alla prima grande debolezza dell’Italia che è la bassa crescita. Nel comitato che ha deciso il declassamento ha pesato un’accelerazione della preoccupazione sulle banche abbinata a una maggiore incertezza politica. In un contesto reso più incerto da Brexit e le elezioni in Germania e Francia.

Quali sono le riforme strutturali di cui ha bisogno l’Italia?
Noi osserviamo, non diamo consigli. Ma una liberalizzazione maggiore di quella del Jobs Act ha dato i suoi frutti in altri Paesi, dove c’è più flessibilità delle assunzioni e nei licenziamenti. L’istruzione, la formazione, la qualità dell’insegnamento sono centrali per rilanciare la crescita. L’Italia non cresce abbastanza: troppa burocrazia, bassa competitività e scarsa produttività. Crescere attorno all’1% va bene ma non guardiamo il Pil di trimestre in trimestre, dobbiamo vedere un impegno sostenuto nel tempo, che manca.

Colpa della politica, allora.
Troppe le incognite politiche. Abbiamo capito che le elezioni lampo non sono più sul tavolo ma non sappiamo se gli italiani torneranno alle urne nel primo trimestre del 2018 oppure nell’autunno di quest’anno. Questa incertezza fa male al progresso delle riforme e alla crescita. E non basta che il costo del rifinanziamento del debito pubblico sia sceso con il QE: gli acquisti di BTp della Bce non durano in eterno.

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