Il mestiere di scrivere

Un grande scrittore sceglie con cura gli strumenti di lavoro. A partire dalla carta

Perché l'inclinazione del pennino, il suono che fa quando aggancia le fibre del foglio, e anche il profumo dell'inchiostro sono tutte fonti di ispirazione

di Jean-Marie Gustave Le Clézio

Jean-Marie Gustave Le Clézio.

4' di lettura

Interrogarmi sul significato e il valore che hanno gli oggetti per me mi ha obbligato a un serio e approfondito esame. Prima di questa analisi interiore sul mio rapporto con le cose, pensavo di essere indifferente a ogni forma di possesso, libero da ogni condizionamento, e anche poco rispettoso del ruolo che possono avere nelle vite delle persone, in particolare nella mia. Invece scavando dentro me stesso e nel mio passato, mi sono reso conto che la verità è ben diversa: sono certamente anche io molto attaccato a certi oggetti, più precisamente a quelli che fanno parte della mia attività, o destino, di scrittore. Lo sto scoprendo sempre di più.

Prima di tutto la carta. Per molto tempo ho potuto scrivere (io scrivo soprattutto a mano) solo su un certo tipo di carta, non troppo bianca o patinata, piuttosto un po' ruvida e con una tonalità tendente al bistro, il pigmento giallo-bruno usato sin dai tempi antichi nella pittura. Per tanti anni ho usato una carta chiamata Revolución, comprata in Messico, e che è servita (da lì deriva il nome) a stampare i ciclostili dei rivoluzionari. L'ho acquistata fino agli anni Ottanta, quando la sua fonte di produzione si è prosciugata. Spariti i ciclostili, sparita la carta. Panico!

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Mastri cartai durante la lavorazione della carta al Museo della Carta e della Filigrana di Fabriano.

 

Poi ho scoperto, per fortuna, nel New Mexico, dove nel frattempo ero andato a vivere con mia moglie e le mie due figlie, un altro tipo di carta adatta a rimpiazzare la Revolucion. Si chiamava New Mexico Bond, il nome di una fabbrica artigianale che produce fogli da 20 grammi di peso, fatti con gli stracci. Si tratta di una carta molto bella, poco liscia, che tiene ben stretto a sé il pennino, non si beve tutto l'inchiostro e permette di scrivere su entrambi i lati. In pratica, la mia salvezza.

Fogli di carta realizzati dai mastri cartai del Museo della Carta e della Filigrana di Fabriano.

 

La sua impostazione predefinita di formato è quella delle lettere che si utilizzano negli Stati Uniti, quindi un po' più largo e un po' più corto rispetto al formato europeo, una caratteristica che a volte pone problemi con la fotocopiatrice. Anche questa fabbrica però nel tempo ha chiuso, è fallita, e così anche la mia ultima, per quanto poderosa, scorta di carta ormai sta per finire, con mio grande disappunto e preoccupazione: come farò d'ora in avanti? Dovrò arrendermi e mettermi a scrivere soltanto al computer?

La mia seconda dipendenza dagli oggetti è l'inchiostro (e la penna che lo contiene). Non utilizzerei mai un pennarello. In caso di necessità, posso ricorrere, se proprio non ho altra possibilità, a una penna a sfera, purché sia blu e poco costosa. Ma il mio strumento per eccellenza, quello che potrei definire quasi un feticcio, è la penna Stylo Cross, che carico maneggiando la piccola pompa (è come il fieno delle cartucce) con la compunzione del fumatore che prepara il tabacco dentro la sua pipa. Per l'inchiostro sono molto legato al blu-nero Namiki, soprattutto per la forma del calamaio che prevede nella sua struttura un po' allungata, con una specie di collo, un piccolo spazio per non sporcare la punta della penna.

Penne e strumenti di scrittura esposti al Museo Officina della Scrittura di Torino.

Sto parlando di carta, inchiostro e penna con l'apposito serbatoio per la sua ricarica, ma dovrei, per precisione, menzionare gli elementi che rendono questi strumenti di lavoro così cruciali: la sensazione che produce al tatto il foglio di carta, la sua morbida ruvidità, la sua opacità, il suo peso, il suono che emette la penna quando aggancia le fibre, e anche la sua dimensione che mi spinge a terminare una frase nell'angolo inferiore della pagina. Il disegno in filigrana presente in ogni foglio, questa parola magica New Mexico Bond: è su questo stesso foglio che scrivo le mie lettere più importanti, le più affettuose, quelle con le mie migliori intenzioni, immaginando che chi mi legge solleverà il foglio alla luce e lo guarderà in trasparenza per vedere a chi appartiene il sigillo del suo autore. Per l'inchiostro, invece, è l'odore che mi ispira. Come potrei scrivere con un pennarello che non sa di nulla? E se c'è un certo compiacimento in tutto questo, mi consolo pensando a Rimbaud, che copiava a mano le poesie destinate al suo corrispondente di penna, il maestro di retorica Georges Izambard.

Gli oggetti sono specchi narcisistici, come tutta la scrittura del resto. Ma da loro deriva anche una sorta di sottomissione (non mi spingerei fino ad usare la parola servitù) che porta chi li usa a dimenticarsi, a volte, di se stesso. Continuando nella riflessione sulla mia relazione più intima e segreta con le cose, mi rendo conto che anche io sono portato a conservare e collezionare. Ad esempio, libri: non prime edizioni o copie preziose, bensì libri ordinari. Ho, per esempio, una edizione delle opere di Rimbaud edita da Mercure de France, che prima era una rivista settimanale e poi è diventata una casa editrice: si tratta del primo libro di valore letterario che ho comprato con i miei risparmi quando avevo diciassette anni.

E poi raccolgo matite, temperamatite, pennelli, compassi e conservo anche alcuni oggetti legati al passato della mia famiglia, come il teodolite, uno strumento ottico a cannocchiale, il giroscopio, la geniale invenzione del filosofo cinese Mozi che ha ispirato nel Rinascimento quasi tutti i pittori italiani. In fondo, anch'io, come tutti, sono un po' feticista.

Jean-Marie Gustave Le Clézio, scrittore nato a Nizza nel 1940, si definisce di lingua francese e di cultura mauriziana, dato che discende da una famiglia francese fuggita a Mauritius durante la Rivoluzione. Esordisce a soli 23 anni, con l'opera Il verbale, che gli fa vincere il Premio Renaudot. Da allora si dedica esclusivamente alla scrittura. Nel 2008 riceve il Premio Nobel per la letteratura con queste motivazioni: “Scrittore di nuove partenze, di avventura poetica, di estasi dei sensi, esploratore di un'umanità al di là e al di sotto della civilizzazione regnante”. L'ultimo libro pubblicato in Italia è Alma (Rizzoli, 2021).

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