il nuovo capitalismo

Un indice per testare la sostenibilità

di Carlo Bagnoli

3' di lettura

Al di sopra di ogni impresa e di ogni interesse economico esiste la holding Pianeta Terra, che presenta oggi un bilancio consolidato drammatico: debiti ambientali e sociali assenti o sottostimati; nessuna ipoteca sulle future generazioni; nessuna valutazione degli investimenti sulla base del loro impatto ambientale e sociale atteso; nessun ammortamento calcolato sui tempi per il ripristino di un ecosistema sostenibile. Una holding con un vero e proprio falso in bilancio e, in ogni caso, tutt’altro che in pareggio. Tra i soggetti partecipati dalla holding Pianeta Terra non ci sono solo le aziende pubbliche, in primis i governi, e quelle no-profit. Ci sono, e sempre più ci dovranno essere, le imprese, come hanno confermato al World economic forum i Ceo delle più importanti multinazionali (non solo) tecnologiche.

Per Ginni Rometty, Ceo uscente di Ibm, «il cambiamento di clima costringerà a cambiare il 100% dei posti di lavoro… ma per fornire le nuove skill c’è bisogno di una partnership pubblico-privato, perché rappresenta un compito troppo grande per i governi, se le imprese non partecipano». L’insostenibilità ambientale e sociale dell’attuale modello di sviluppo economico è stata affermata anche da Larry Fink, Ceo di BlackRock, e da Marc Benioff, Ceo di Salesforce, per il quale: «Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto è morto. Questa nostra ossessione a massimizzare i profitti solo per gli azionisti ha portato una emergenza planetaria e un’incredibile disequaglianza». L’ultimo tema è stato ripreso anche da Sundar Pichai, Ceo di Google, per il quale «abbiamo il dovere di rendere la tecnologia inclusiva, altrimenti si rischia di lasciare indietro le persone, creando nuove diseguaglianze», tutte dichiarazioni ed esperienze delle quali si è parlato su queste colonne.

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A Davos ho potuto confrontarmi di persona con Natarajan Chandrasekaran, Ceo di Tata Sons e con Satya Nadella, Ceo di Microsoft, per il quale le multinazionali tecnologiche devono «garantire che l’enorme quantità di dati usati con il consenso delle persone siano usati per il bene della società». Non ho dubbi che queste prese di posizione sulla necessità di passare a uno stakeholder capitalism siano sincere, se non altro perché, come affermava Blaise Pascal «a forza di parlare d’amore [per la nostra Terra] si finisce per innamorarsi». Non ho dubbi anche sul fatto che le imprese citate possano destinare una piccola parte del loro profitto per risolvere, parafrasando le parole di Chuck Robbins, Ceo di Cisco, quei problemi sociali che loro stesse hanno inavvertitamente contribuito a creare.

Temo, tuttavia, che tale approccio non possa essere fatto proprio dalle imprese italiane.

Le ultime, a causa delle loro ridotte dimensioni, possono partecipare al risanamento del bilancio della holding Pianeta Terra solo dando una valenza strategica ai programmi di corporate social responsibility. La sfida è riconfigurare il modello di business in chiave di innovazione strategica sociale per risolvere il paradosso tra profitto economico e responsabilità sociale, così da generare valore condiviso. Questo concetto è stato elaborato da Michael Porter, professore alla Harvard Business School, e si basa su tre princìpi guida: 1) ridefinire la catena del valore, ispirandosi ai princìpi dell’economia circolare per favorire un rapporto equilibrato tra progresso sociale e produttività economica; 2) riconcepire l’offerta aziendale, studiando bisogni (sociali) che consentano l’ingresso in nuovi mercati (sociali) con nuovi prodotti (sociali); 3) favorire lo sviluppo dei cluster locali, assumendo il ruolo di keystone di un social business ecosystem. Come affermava Lord Kelvin «se non si può misurare qualcosa, non si può migliorarla». Per questo, l’Università Ca’ Foscari Venezia ha messo a punto il Social impact index, incrociando i Sustainable development goala e i criteri Environmental, social and governance (Esg) con gli elementi fondativi dei modelli di business.

Il Social impact index, letto congiuntamente agli indici di benessere Istat, permette di misurare l’effettivo impatto dei progetti di innovazione strategica sociale per invogliare un numero sempre maggiore di imprese a generare valore condiviso. L’indice sarà discusso a marzo ad Assisi in occasione dell’Economy of Francesco, e poi presentato al ministero per lo Sviluppo economico. L’obiettivo è duplice: 1) permettere alle imprese italiane di misurare anche l’impatto sociale che generano, così da supportarle nella ridefinizione delle proprie strategie e del proprio modello di business al fine di aumentare i profitti facendo del bene; 2) raccogliere dati statisticamente rilevanti utili ai policy maker per indirizzare gli investimenti pubblici e programmare corretti interventi di politica industriale nel medio-lungo periodo.

Per le imprese italiane, dunque, il piano A è dunque investire in innovazione strategica sociale, bilanciando economia ed etica, il piano B semplicemente non esiste.

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