Il rapporto Ocse 2021

Un’istruzione inclusiva (e di qualità) per vincere le sfide del futuro

Mai come nel mondo post-pandemia è necessario puntare sui giovani, investendo su scuola e università, che sono motore di sviluppo economico e sociale

di Francesca Borgonovi

(IMAGOECONOMICA)

4' di lettura

L' ultima edizione della pubblicazione dell'Ocse uno Sguardo sull'Istruzione mette al centro del dibattito sull'istruzione il tema delle disuguaglianze. Disuguaglianze sociali, di genere, geografiche, ma anche tra generazioni. Disuguaglianze che esistevano prima della pandemia ma che la pandemia ha accentuato, con ripercussioni importanti per il futuro sociale ed economico del paese. È importante valutare i dati sull'istruzione in base alle stime sulla crescita economica pubblicate sempre dall'Ocse pochi giorni fa; alle raccomandazioni che sono state fatte in quel contesto sulle riforme necessarie per garantire una crescita sostenuta, sostenibile e prolungata; e alle opportunità che possono aprirsi grazie alle risorse messe in campo dal piano nazionale di ripresa e resilienza.

La scommessa sul futuro

Mai come nel mondo post-pandemia sarà necessario puntare sui giovani, investendo risorse economiche – e non solo - sull’istruzione, che è motore di sviluppo economico e sociale. Investire in un sistema di istruzione di qualità e inclusivo è fondamentale per affrontare le sfide del futuro. Da una parte permette di impostare un modello di crescita basato sulla conoscenza e le competenze, una crescita quindi che è in grado di sfruttare e non subire le innovazioni tecnologiche. Dall’altra permette di identificare le minacce che possono derivare da tali innovazioni e mutamenti, e di mitigarne gli effetti.

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I fardelli del passato

L'Italia è un paese in cui, in passato, si è investito poco in istruzione e in cui il tessuto economico ha meno premiato chi ha investito in competenze. In Italia, nel periodo pre-pandemia si spendeva meno in percentuale del Pil in istruzione rispetto agli altri paesi Ocse (4.1% rispetto a una media Ocse del 4.9%) con i ritardi più accentuati da registrarsi nell'investimento in istruzione terziaria (0.9% contro una media Ocse dell’1.4%) e nell'edilizia scolastica. Lo scarso investimento in istruzione terziaria si è accentuato nel tempo: l'Italia è uno dei pochi paesi dell'area Ocse in cui la spesa in istruzione terziaria è diminuita tra il 2012 e il 2018 sia in termini assoluti che in proporzione al Pil.
Gli scarsi investimenti si accompagnano inoltre a una forte spesa per le famiglie e che quindi tende a creare disparità di accesso in base al background socio-economico. Gli stanziamenti pubblici in media nell’area Ocse coprono il 69% delle spese legate a partecipazione a percorsi universitari mentre in Italia coprono il 64%. Le tasse universitarie sono elevate rispetto agli altri paesi europei e supporto finanziario per gli studenti attraverso borse di studio, prestiti agevolati e alloggi accessibili rimane basso, anche se negli ultimi anni ci sono stati investimenti significativi su questo fronte.

Ancora pochi laureati

Non stupisce quindi che prima della pandemia pochi studenti proseguissero gli studi al di là della scuola dell' obbligo, con una bassa propensione ad affrontare percorsi universitari soprattutto tra i giovani uomini. L’Italia era uno dei paesi con i livelli più bassi di giovani con un diploma universitario e anche se il tasso di 25-34enni che ha conseguito un diploma universitario è passato dal 21% al 29% tra il 2010 e il 2020, il gap con gli altri paesi europei si è accentuato perché il balzo in avanti in Europa, dove si è passati dal 35% al 45%, è stato maggiore. Purtroppo i bassi tassi di istruzione terziaria e gli alti tassi di abbandono scolastico si accompagnano, in Italia, a bassi livelli di competenze di base e a una bassa partecipazione a percorsi di formazione nel mondo del lavoro.

L’aumento dei divari

Il risultato sono da un lato basse competenze di base – come mostrato dalle ultime rilevazioni Invalsi – e dall’altro crescenti divari di competenze legati al background socio-economico al termine della scuola dell' obbligo. La pandemia ha sicuramente limitato le opportunità di apprendimento degli studenti italiani, ma il ritardo rispetto agli altri paesi è il frutto di un ritardo di sistema che precede la pandemia e non del contesto congiunturale dovuto alla pandemia. Se l’Italia è uno dei paesi in cui il tasso di giovani che non studiano, non lavorano e non partecipano a formazione è più alto, questo non è dovuto alla crisi della pandemia: nel 2019 il 24.4% dei 18-24enni non studiavano, non lavoravano e non partecipavano a formazione contro una media nell'area Ocse del 14.4 per cento. Nel 2020 la percentuale è passata al 25.5% in Italia e 16.1% nell' area Ocse.

L’insegnamento della pandemia

Durante la pandemia il governo italiano ha mobilitato risorse importanti per sostenere famiglie e aziende colpite dalla crisi economica dovuta all'emergenza sanitaria. I giovani di oggi erediteranno il debito passato e quello che si è creato per sostenere il paese durante la pandemia, un debito che purtroppo è stato a lungo poco legato ad investimenti in istruzione e competenze. L’Italia è uno dei paesi che ha aumentato la spesa in istruzione nel 2020 e 2021 e che lo ha fatto puntando a ridurre la vulnerabilità economica e sociale. È fondamentale che il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) rafforzi questi investimenti e venga utilizzato al meglio per sostenere mutamenti strutturali improntati a una crescita sostenibile e che promuove la realizzazione personale di donne e uomini, indipendentemente dal loro background socio-economico e che permetta loro di contribuire a costruire un futuro di crescita e benessere per il paese.

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